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Un vescovo è paragonabile al datore di lavoro dei suoi preti?

@DR
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Il tribunale civile di Bolzano ha condannato diocesi e parrocchia al risarcimento della vittima di un prete pedofilo per responsabilità “oggettiva”

E' la prima volta in Italia, ma potrebbe costituire un precedente anche se nel nostro ordinamento la soluzione giudiziaria adottata in un caso serve ad evidenziare un orientamento della giurisprudenza e non a creare la norma da seguire in altri casi. Il tribunale civile di Bolzano ha condannato diocesi e parrocchia a risarcire una vittima di un prete pedofilo: in questi giorni gli avvocati della diocesi hanno presentato appello contro la sentenza.

La decisione del tribunale di Bolzano ha fatto leva sul principio di responsabilità oggettiva e ha assimilato il vescovo a un datore di lavoro: per questo motivo egli avrebbe un obbligo di vigilanza nei confronti dei suoi preti, così come il datore di lavoro sui propri dipendenti, e, di conseguenza, diventa civilmente responsabile dei danni provocati a terzi da costoro. “Secondo i giudici di Bolzano, la responsabilità della Curia rispetto ai reati commessi da un suo sacerdote è «oggettiva», ovvero prescinde dal fatto che il vescovo fosse o meno a conoscenza degli abusi, consumati in questo caso ai danni di una bambina all’interno della canonica e finanche in Chiesa” (Corriere della Sera.it 14 novembre).

Il caso su cui è intervenuta la sentenza del tribunale civile riguarda don Giorgio Carli, all’epoca dei fatti vicario della parrocchia di San Pio X, condannato nel 2008 in via definitiva a sette anni di carcere ma assolto dal tribunale ecclesiastico che pure lo ha processato. Essendo intervenuta la prescrizione prima della sentenza della Cassazione, il sacerdote che si è sempre professato innocente, non è andato in carcere. Attualmente è parroco a Vipiteno, vicino Bolzano, dove è anche responsabile del catechismo e dell’oratorio (Corriere della Sera.it 14 novembre).

Su come affrontare casi di abusi sessuali su minori da parte di chierici la Conferenza episcopale italiana, così come è stato richiesto a tutte le chiese del mondo, ha adottato lo scorso anno delle Linee guida. Nell’ultimo decennio, come ha spiegato il segretario generale della Cei monsignor Mariano Crociata in occasione della presentazione del documento, in Italia sono emersi 135 casi di pedofilia tra i sacerdoti: 77 le denunce formalizzate ai magistrati, 22 le condanne in primo grado, 17 in secondo, 21 i patteggiamenti, 12 le archiviazioni, 5 le assoluzioni.

I punti essenziali che i vescovi privilegiano nel documento sono «la protezione dei minori, la premura verso le vittime degli abusi e la formazione dei futuri sacerdoti e religiosi». Al vescovo diocesano compete in prima persona la disponibilità «ad ascoltare la vittima e i suoi familiari», garantendo «ogni cura nel trattare il caso secondo giustizia» e rispettando «la libertà della vittima di intraprendere le iniziative giudiziarie che riterrà più opportune» (Famiglia cristiana 22 maggio 2012).

La “tolleranza zero” nei confronti dei casi di pedofilia nella Chiesa è stata portata avanti con forza da Benedetto XVI e sintetizzata nella lettera circolare inviata agli episcopati di tutto il mondo il 3 maggio 2011 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il documento, premettendo che “l’abuso sessuale di minori non è solo un delitto canonico, ma anche un crimine perseguito dall’autorità civile”, precisava ai vescovi che “è importante cooperare con le autorità civili per quanto riguarda il deferimento di crimini sessuali” (le Linee guida approvate dalla Cei affermano la necessità della cooperazione con la magistratura ma non prevedono l'obbligo di denuncia dei preti pedofili).

La stessa fermezza è stata espressa anche da Papa Francesco: nell’udienza concessa ad aprile a monsignor Gerhard Ludwig Müller, a capo della Congregazione per la dottrina della Fede, Bergoglio, come ha informato successivamente una nota della Santa Sede, “ha raccomandato in particolar modo che la congregazione, continuando nella linea voluta da Benedetto XVI, agisca con decisione per quanto riguarda i casi di abusi sessuali, promuovendo anzitutto le misure di protezione dei minori, l’aiuto di quanti in passato abbiano sofferto tali violenze, i procedimenti dovuti nei confronti dei colpevoli, l’impegno delle conferenze episcopali nella formulazione e attuazione delle direttive necessarie in questo campo tanto importante per la testimonianza della Chiesa e la sua credibilità”.

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