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Il valore della gratuità: l’esempio di don Luisito Bianchi

© DR
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Tra i primissimi "preti operai", una scelta fatta per "onestà"

Il 5 gennaio 2012 moriva a quasi 85 anni don Luisito Bianchi, sacerdote e scrittore, una delle figure più singolari della cultura cristiana degli ultimi cinquant’anni.
 
“Insieme a un sofferto attaccamento alla Chiesa, la sua voce di uomo e di credente ha testimoniato soprattutto i valori evangelici dell’assoluta gratuità dell’annuncio cristiano, che rifiuta ruoli, privilegi, denaro e potere mondano” (Noisiamochiesa, 5 gennaio 2012). 
 
In uno dei suoi ultimi libri, Quando si pensa con i piedi e un cane ti taglia la strada, don Luisito scriveva che “la gratuità nel ministero è un tema da infinite variazioni, almeno una per ogni giorno di vita, perché ogni giorno si presenta con un nuovo cesto di doni sconosciuti da svuotare, un canone all’infinito” (Avvenire, 6 gennaio 2012).
 
Don Luisito fu uno tra i primi sacerdoti ad andare a lavorare in una fabbrica. Questa esperienza, intuita come una “scelta ecclesiale” e approvata dal suo vescovo, fu dettata da “un desiderio di onestà: dopo tanti anni in cui avevo parlato del lavoro e della sua teologia, chiesi di lavorare in fabbrica”. Nel febbraio 1968 entrò così alla Montecatini di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria, come operaio turnista addetto alla lavorazione dell’ossido di titanio. Furono tre anni cruciali nella vita del sacerdote, nei quali scrisse 1.500 pagine di diario. 
 
“Tutti gli avvenimenti precedenti della mia vita erano stati combinati in modo da portarmi all’invio in fabbrica; tutti gli avvenimenti successivi sono segnati nel bene e nel male, luce ed ombra, da quell’invio”, scriveva il sacerdote, confessando che fu infatti da quel 5 febbraio 1968 che iniziò a porsi l’interrogativo “del come la Chiesa si era posta, lungo il corso dei secoli, di fronte alla Gratuità dell’annuncio e del ministero” (Avvenire, 12 novembre). 
 
“Mi era anche chiaro, da un punto di vista sociologico, che la società moderna era nata nella conflittualità provocata grosso modo, dal denaro; anche la Chiesa, preti e vescovi, vi avevano partecipato difendendo o realizzando posizioni di potere, sempre traducibili in termini di denaro. In tale situazione il sociologo che c’era in me concludeva che solo un annuncio gratuito era credibile”. 
 
La gratuità del ministero sacerdotale era intesa da don Luisito anche come rifiuto di ricevere lo stipendio riservato al clero. 
 
“La mia visione del lavoro come necessità (e quindi qualsiasi lavoro: in fabbrica, in scuola, da professionista, artigiano, traduttore, eccetera) per sostentarsi, per me prete aveva l’enorme importanza di stabilirmi come cerniera fra quella che fu la scelta di Paolo come Chiesa nella gentilità e il comportamento della stessa Chiesa del XX secolo, erede della gentilità, per rendere credibile il messaggio, la buona notizia a essa affidata”.
 
Questa visione rifuggiva da ogni leadership politico-sindacale, che predominava invece nel gruppetto di preti che cominciavano, con o senza benedizione del loro vescovo, a lavorare in fabbrica e chiamarsi, sull’ondata francese, preti-operai.
 
“La Chiesa non interessava più, era scontato che fra essa e la lotta operaia s’imponeva una scelta, che l’annuncio sarebbe arrivato successivamente alla giustizia ristabilita, alla sconfitta del capitalismo. Questa posizione era per me espressione d’un clericalismo che, smessa la sottana o il clergyman per indossare la tuta, continuava a spadroneggiare, nell’assoluta buona fede del nuovo prete operaio, certamente”. 
 
“Che cosa sarebbe avvenuto nella Chiesa se questi preti, sparuto gruppo ma anche di una certa presa sull’opinione pubblica, fuori e dentro la Chiesa, avessero legato il lavoro alla gratuità del ministero come fu all’inizio? Io ero in fabbrica e sperimentavo come quel tipo di lavoro potesse permettere l’attività cosiddetta pastorale. Con i turni che quotidianamente cambiavano (6-14, 14-22, 22-6) sempre 24 ore fra un turno e l’altro, ci sarebbero state buone possibilità di tempo per un’attività di aiuto parrocchiale se fosse stato necessario. C’erano infinite possibilità, in teoria, di mantenersi senza rinunciare a nessuna attività parrocchiale; bastava provare. Soprattutto, mi dicevo, bastava alzarsi un mattino e gridare davanti a Dio e alla propria coscienza, vescovo, prete, parroco o curato che si fosse: 'Basta, da oggi tutto è gratuito, cápiti quel che vuole capitare'”. 
 
Per saperne di più: http://www.luisitobianchi.it/
 
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