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Dove nasce l’ultrà: cultura calcistica in Italia, tra stadio e oratorio

© DR
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Dopo il grave episodio di Salernitana-Nocerina, ci si chiede se tra società italiana e tifo calcistico non si sia generato un pericoloso corto circuito

Sono giorni di riflessione per i media e per gli studiosi del mondo del calcio e del tifo. A pochi giorni dal caso del derby campano, che ha visto il tifo organizzato della Nocerina obbligare i propri beniamini a boicottare la partita, i media nazionali sembrano aver scoperto all’improvviso segni di collusione tra tifo organizzato e società calcistiche, così come situazioni di tensione tra il mondo ultrà e le autorità dello Stato. In realtà questi fenomeni, che trovano espressione anche nell’incremento dei cori a sfondo razziale che stanno portando periodicamente alla chiusura di molte curve dei nostri stadi, hanno radici profondissime ed antiche. Ne abbiamo parlato con un sociologo e ricercatore sociale, Nicola Ferrigni, docente alla Link Campus University e co-autore del libro C’era una volta l’ultrà, pubblicato quest’anno.
 
Professor Ferrigni, cosa succede negli stadi italiani? 
 
Ferrigni: A mio avviso, ed è questo il messaggio della nostra ricerca, si sta un po’ strumentalizzando la parola “ultrà”. L’ultrà è cambiato rispetto al passato nelle modalità di organizzazione e nel modo di tifare, è un nuovo identikit di tifoso quello del 2013. Non è più quello del film “Fratelli d’Italia”. Per la maggior parte quelli a cui noi assistiamo sono piccole derive di violenza, mi pare, episodi che appartengono anche ad altri aspetti della società. Certo, in Salernitana-Nocerina c’è stato un intervento della tifoseria organizzata che non si può negare, ma che ha a che fare con altre problematiche della società. Non riguarda più la sicurezza negli stadi, ma si entra in un ambito di trattativa tra società di calcio e tifosi, quindi l’approccio cambia completamente. L’assimilazione nei media della parola ultrà con il fenomeno degli scontri trovo che sia un’esagerazione. 
 
Oggi qual è l’identikit dell’ultrà? 
 
Ferrigni: Oggi c’è un discorso di passione calcistica e di tifo maggiore rispetto al passato. Lo stadio è coreografia, è cori, è divertimento: lo stadio è un luogo molto più sicuro di quello che ci raccontano. Ci sono telecamere ovunque, tutto è più ordinato rispetto al passato. Pensiamo ad uno sciopero di piazza, ad una manifestazione: ovunque, in queste occasioni, si verifica un diverbio tra le persone, questo rientra nell’ordine delle cose delle relazioni umane. 
 
Ma lei non riconosce una sorta di sfida socio-politica di alcuni gruppi nei confronti delle autorità dello Stato, di provocazione continua attraverso, ad esempio, cori razzisti che un tempo erano diretti contro l’avversario, oggi sono una provocazione verso gli organi che osservano e puniscono?
 
Ferrigni: Si, condivido questa idea, ma solo in parte. Lo stadio è il luogo di questi scontri, è un pretesto perché costituisce un’occasione mediatica forte: ci sono telecamere ovunque, milioni di persone che guardano. Lo stadio è una grande platea, per eccellenza, utilizzata come piazza pubblica. Ma chi fa questo non è l’ultrà, il tifoso, l’appassionato di calcio, questo concetto deve essere chiaro. Non sono “tifosi” coloro che utilizzano lo stadio come luoghi per manifestare il dissenso pubblico. Quando assistevamo a riunioni di ultrà, mentre scrivevamo il libro, non sentivamo di questo tipo di organizzazioni di protesta. Certo, nel caso di Salernitana-Nocerina abbiamo visto un esempio, di cui prendo atto, di tifosi organizzati che minacciano e tengono in scacco una società di calcio. Ma si tratta di fenomeni circoscritti, a mio avviso. Io trovo che ci sia una campagna strumentale che dipinge lo stadio come un luogo pericoloso, che tiene le famiglie lontane dagli stadi e soprattutto dalle curve, raccontate come ghetti piene di violenti che fanno paura. Secondo me su questo la comunicazione deve essere più chiara. Certo, i cori razziali partono dalle curve, ma io ci tengo a sottolineare che si tratta sempre di poche persone, che sicuramente vanno sanzionate, rispetto ai tanti che passano per gli stadi la domenica. 
 
E queste poche persone, perché fanno la voce grossa?
 
Ferrigni: Si tratta di persone che nel passato hanno avuto anche facilità di trattativa con le società, hanno fatto un braccio di ferro che ha dato ragione a loro. Per questo continuano ad amplificare questo aspetto. E’ giusto che questo fenomeno sia condannato, senza però, lo ripeto, parlare generalmente di insicurezza degli stadi. 
 
Un altro problema è quello, forse, della condizione di salute dei nostri stradi, brutti e vecchi?
 
Ferrigni: Mah si, sono stadi brutti. Lo stadio nuovo della Juventus, invece, lo Juventus Stadium, è uno stadio che di per sé, per la sua modernità e bellezza, non ti induce a comportamenti violenti o distruttivi. Se io invece passo – e qui siamo nel campo della psicologia sociale – davanti ad uno stadio con tutti i vetri rotti, sempre tra tanta gente vedo qualcuno che prende a calci porte e cancellate.  Allo Juventus Stadium questo non accade, anche perché senti di stare a “casa tua”. 
 
Si è agito molto nel campo della repressione. Che possiamo fare a livello di formazione e di cultura del tifo per migliorare le cose?
 
Ferrigni: Sicuramente la repressione non aiuta. Io ho seguito molto l’attività dell’Osservatorio Nazionale in questo senso, l’organo che spesso è bersaglio delle tifoserie, e senz’altro fanno tantissimo. Spesso gli ultrà stessi, come quei 2500 che hanno spontaneamente collaborato alla nostra ricerca, lavorano molto sugli aspetti educativi: fanno spot di sensibilizzazione, progetti nelle scuole. La repressione in parte è servita: il DASPO ha avuto la sua funzione, così come le telecamere di sorveglianza sono state importanti per identificare i delinquenti. Ben vengano in questo senso le telecamere a circuito chiuso, o gli arresti in fragranza di reato per i casi gravi. Ma oltre a questi aspetti giuridici di sicurezza, sono importanti le attività formative dei ragazzi, nelle scuole ad esempio. E, come abbiamo detto, migliorare le strutture degli stadi è un altro aspetto importante. Anche voi, come comunicatori, dovete cercare di far arrivare un messaggio più giusto, dove c’è una maggiore corrispondenza tra realtà e percezione, per tornare a promuovere l’idea dello stadio come quella di un luogo sicuro e, direi di più, di divertimento.
 
Proprio su questo ultimo aspetto, quello della formazione della cultura sportiva e calcistica in particolare, il mondo cattolico è da tanti anni in prima fila. Tra le iniziative più radicate e popolari in Italia c’è quella della Seleçao Internazionale Sacerdoti Calcio, un’associazione no profit che dal 2005 organizza eventi e partite di calcio in tutta Italia. Abbiamo ascoltato il suo vice-presidente, Don Alberto Ancellotti, e uno dei delegati della Lombardia, Don Jordan Coraglia, che a Brescia sperimenta quotidianamente la vita e le problematiche di una società sportiva che si muove nell’ambito di un oratorio.
 
Qual è lo scopo ultimo della vostra associazione?
 
Don Alberto: La cosa importante per noi è metterci in gioco in qualunque realtà, per far capire che la solidarietà può far superare qualunque ostacolo e qualunque distanza: pensi che alle partite nostre in giro per l’Italia partecipa sempre un sacerdote anche di Cagliari, che arriva a spese sue. Una volta siamo andati a giocare a Betlemme per la costruzione di un campo di una scuola calcio per bambini palestinesi, cristiani e musulmani. Quello è stato solo un piccolo inizio di una piccola cosa che è cresciuta e continua.
 
Qual è la vostra esperienza del mondo di calcio e della passione calcistica?
 
Don Alberto: la nostra esperienza è quella della gratuità, che dev’esser vissuta al livello dilettantistico. A livello di grandi società la “gratuità” andrebbe vissuta nel rispetto delle persone e nella giusta misura delle cose, spesso messe a repentaglio dai grandi numeri e dai grandi interessi in gioco,  sia nel trattare il giocatore sia nel trattare chi sta dietro il giocatore. Ricordiamoci che ci sono anche delle famiglie. I bambini che partecipano alle scuole calcio o sono nelle società calcistiche non riescono a vivere questo rispetto, l’arrivismo viene scambiato per agonismo che invece è tutta un’altra cosa. 
 
Don Jordan, qual è la sua esperienza “sportiva” in oratorio?
 
Don Jordan: Io sono prete da nove anni, in tutti gli oratori in cui sono stato c’è stata una società sportiva. Anche ora c’è una società di FIGC. Sia nell’oratorio precedente che in questo girano circa 200 ragazzi, dove le famiglie sono coinvolte, portano i piccoli agli allenamenti, socializzano tra di loro e poi li accompagnano in trasferta. Penso che le problematiche siano le stesse dappertutto: i bambini vengono esaltati più di quello che valgono, soprattutto da parte dei genitori e, raramente, anche da parte degli allenatori. L’oratorio è comunque un luogo di aggregazione ideale, anche perché noi abbiamo un 30% di stranieri che vengono a giocare da noi, spesso non cristiani. 
 
Sono gli stessi ragazzi che vanno nelle curve? Com’è il loro rapporto con il calcio?
 
Don Jordan: Tanti ragazzi si lasciano prendere la mano durante le partite per gli esempi che vedono in televisione, in uno sgambetto o in una provocazione, ci sono alcuni momenti di esaltazione a tratti provocati anche dagli spalti. Qui a Brescia, i nostri ragazzi vanno spesso allo stadio in curva a vedere i professionisti, ma poi solitamente tornano in oratorio, si fermano da noi a chiacchierare e a passare del tempo insieme. Anche quando si fanno i classici sfottò tra di loro, tra juventini, milanisti e così via tutto si ferma lì di solito.  Magari I litigi a cui assisto avvengono per altre cose, e purtroppo a volte sono a sfondo razziale, ad esempio i Pakistani con i Kosovari, o i gli albanesi verso i magrebini. Ma questo solitamente riguarda ragazzi adolescenti che sono arrivati qua, che sono di prima generazione, non quelli nati qui che sono più integrati. 
 
E i genitori, come si comportano?
 
Don Jordan: Di solito le contestazioni maggiori avvengono a proprio a livello dei genitori: quindici giorni fa in un’altra parrocchia della nostra città sono venuti alle mani alcuni genitori di pulcini, bambini piccolini, e sono dovute intervenire le forze dell’ordine. Anche qui da noi ci sono parecchie contestazioni, soprattutto a livello di prima squadra, tanto che io ho fatto mettere uno striscione davanti alle tribune che recita “all’oratorio si tifano gli amici e si rispettano gli avversari”, ma non so in quanti lo hanno letto. Avevo anche suggerito ai dirigenti di ricordare agli altoparlanti, prima della partita, che ci si trova in oratorio. Lo hanno fatto per un po’, poi ci hanno rinunciato anche loro: la foga dei genitori prende il sopravvento,  a prescindere dal luogo in cui ci si trova. 
 

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