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Mutamenti di un continente, nel bene e nel male

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Vita.it - pubblicato il 11/11/13

 Intanto, gli Stati Uniti sono sempre più in difficoltà nel contrastare il nuovo indirizzo dei Brics. E dire che la politica africana della Casa Bianca si caratterizzava, dagli anni della presidenza di Bill Clinton, per un notevole pragmatismo incentrato sulla creazione delle condizioni economiche e di mercato idonee a perseguire strategie di globalizzazione. Ma il modello “Usa” in Africa, con tutte le differenze pur percepibili a seconda che Washington sia retta dai democratici o dai repubblicani, non è avvincente come quello cinese e dei Brics in generale. Pechino, infatti, a differenza degli Usa e dei suoi alleati occidentali, offre grandi crediti, prestiti agevolati per la costruzione di infrastrutture, al fine di generare empatia nei confronti dei governi africani. In questo modo le autorità cinesi ottengono accordi economici vantaggiosissimi a lungo termine sulle materie prime provenienti dall’Africa, in cambio di aiuti e accordi per la condivisione della produzione e delle royalties.  A ciò si aggiunga  la logica statunitense per cui esiste una gerarchia nelle relazioni con i Paesi africani: alcuni sono considerati affidabili, altri meno, altri ancora per nulla. I cinesi di converso trattano con tutti, infisciandosene della moralità dei governi o delle loro ideologie. E cosa dire della vecchia Europa? Essa appare sempre più pervasa da atteggiamenti contrastanti: in sede di Unione (Ue) si enuncia il principio della multilateralità nelle relazioni con l’Africa, mentre i singoli governi (soprattutto Francia e Regno Unito) si muovono all’insegna del bilateralismo, come se i rapporti con i singoli Stati africani prescindessero dagli impegni della Commissione di Bruxelles. Dal punto di vista commerciale, la Ue insiste nell’imporre i cosiddetti  “Economic Partnership Agreements”, in italiano “Accordi di Partenariato Economico”, meglio conosciuti con l’acronimo “Epa”. Un’iniziativa che vede coinvolta l’Unione Europea con 77 Paesi in via di sviluppo, riuniti nel cartello Acp (Africa, Caraibi e Pacifico), molti dei quali ex colonie europee. Morale: l’Europa chiede ai Paesi Acp di eliminare tutte le barriere all’insegna del libero scambio, come richiesto dalle norme dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), con l’idea che così sarà possibile incentivare la crescita economica dei Paesi in via di sviluppo e contribuire allo sradicamento della povertà. Come era prevedibile, soprattutto i Paesi africani, hanno contestato duramente questo indirizzo, anche se alcuni hanno dovuto cedere. La motivazione è rintracciabile nella convinzione che gli Epa, con il ribasso progressivo delle tariffe doganali all’importazione dei prodotti europei, vadano a provocare un danno irreversibile alle già precarie economie nazionali africane, duramente provate dalla crisi finanziaria mondiale. Tutto questo, naturalmente, non giova alla buona reputazione dell’Europa nel grande consesso africano.

 Ma attenzione, se qualcuno pensasse che basta disfarsi delle ingerenze dell’Occidente per risolvere i problemi dell’Africa, si sbaglia grossolanamente. In altre parole, il grande continente africano che, per usare il gergo dell’Economist, è passato da “homeless” (senza speranza) a “hopeful” (speranzoso), deve fare ancora molta strada. Non solo per quanto concerne l’apertura al multipartitismo e l’alternanza al potere. La vera sfida rimane, infatti, quella della lotta contro l’esclusione sociale. Nella sua analisi, il settimanale britannico ha dimenticato di stigmatizzare il forte influsso delle vecchie oligarchie africane (molte delle quali massoniche) che continuano ad incamerare la stragrande maggioranza dei denari generati da un Pil continentale attestato attorno al +6% annuo. Anche perché anche i dati positivi sulla crescita dell’economia africana vanno comunque interpretati e per certi versi presi col beneficio d’inventario. A volte, anche solo far emergere una parte dell’economia informale africana, per così dire, “tracciandola” e registrandola all’interno degli scambi economici di questo o quel Paese, si traduce in un consistente aumento del Pil (che oggi, grazie a nuove tecniche di rilevamento consente di quantizzare ciò che prima esisteva, ma non era registrato). Mentre invece la realtà economica e reddituale reale della gente comune, alla prova dei fatti, non è cambiata più di tanto. Inoltre, la semplice misurazione della crescita del Pil non dice assolutamente nulla rispetto a quella che è la sua distribuzione. Emblematico è il caso dell’Angola dove si registra grazie al settore petrolifero un +12% che finisce puntualmente nelle tasche dell’attuale oligarchia al potere, quella del presidente José Eduardo dos Santos. Uno stesso aumento del reddito molte volte, come nel caso angolano, risulta tutto concentrato nelle mani di una sola persona o di una sola famiglia. Occorre poi ricordare che molti Paesi africani stanno sì crescendo, ma partendo da condizioni di disagio economico particolarmente gravi. Questo in sostanza significa che gli spazi di crescita percentuale possono essere rilevanti, ma in rapporto a un Pil di partenza molto basso, paragonabile a una piccola regione italiana. Sta di fatto che a livello continentale, solo il 20% della popolazione ha accesso diretto all’energia elettrica. Secondo le Nazioni Unite, oltre 600 milioni di africani oggi vivono senza l’accesso all’energia che servirebbe a soddisfare i loro bisogni fondamentali come la cucina, l’illuminazione e il riscaldamento. Tutto ciò rende la questione energetica una delle grandi sfide guardando al futuro e soprattutto considerando che stiamo comunque parlando di un continente che possiede nelle proprie viscere le più richieste fonti energetiche, come ad esempio il petrolio, il gas e l’uranio.

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africacolonialismomondo missionario

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