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Mutamenti di un continente, nel bene e nel male

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Vita.it - pubblicato il 11/11/13

Sta di fatto che, a partire dal Sudan, negli anni Novanta, lo strapotere cinese si è diffuso a macchia d’olio in Africa ed è quello, comunque, che ha lasciato i segni più evidenti. Pechino ha investito in grandi progetti infrastrutturali, costruito porti, scuole ed ospedali, lanciato iniziative di training e borse di studio, e soprattutto non ha interferito nelle vicende politiche locali, ignorando totalmente l’agenda dei diritti umani. Nel 2000, è bene rammentarlo, il governo di Pechino aveva investito appena 60 milioni di dollari in Africa. Ma da allora il flusso di capitali cinesi è cresciuto in termini esponenziali, fino a raggiungere livelli 200 volte superiori. Non è un caso se la Banca mondiale (Bm) prevede che entro pochi anni la Cina avrà “esportato” ben 85 milioni di posti di lavoro in Africa. Ma attenzione, l’Impero del Dragone non fa beneficenza e senza altri investimenti stranieri che tengano conto non solo del profitto delle imprese ma anche dei diritti della gente, l’Africa continuerà ad essere una terra di conquista. Comunque, nel bene e ne male, dal 2010 la Cina è divenuta il primo partner commerciale del continente africano, davanti agli Stati Uniti, anche se, gradualmente, è cambiata ancora qualcosa. Si è, infatti, andato delineando un nuovo scenario che ha avuto il suo suggello nel luglio del 2012, con l’elezione della signora Nkosazana Dlamini-Zuma alla carica di  presidente della Commissione dell’Unione Africana (Ua).  Sudafricana, ex moglie del presidente Jacob Zuma, da cui divorziò nel 1998, è la prima donna a ricoprire l’alta carica panafricana, ma anche il primo dirigente di area anglofona a esercitare tale incarico.

Si è cosi affermato un nuovo scenario geopolitico con il Sudafrica (ultimo arrivato dei Paesi emergenti nel cosiddetto cartello dei Brics, assieme a Brasile, Russia, Cina e India) in una posizione di rilievo nelle future scelte geopolitiche del continente. Se la nomina, nel 2008, di Jean Ping a capo della Commissione Ua (predecessore della Dlamini-Zuma, nonché figlio di padre cinese e madre gabonese) aveva sancito, metaforicamente, l’alleanza tra Pechino e l’Africa, la scelta di una donna sudafricana alla guida della Commissione Ua ha rappresentato un ulteriore cambiamento. Senza rinnegare l’amicizia col governo di Pechino, i capi di Stato e di governo africani hanno, per così dire, riconosciuto nei Brics un alleato, per loro degnamente rappresentato dal Sudafrica. D’altronde, già da tempo, diversi personaggi, come il Governatore della Banca centrale nigeriana, Lamido Sanusi, (ex Sanusi Icona Limited – Merchant Bankers, una controllata di Morgan Guaranty Trust Bank di New York, ex Baring Brothers di Londra. …), hanno apertamente criticato il il “neo colonialismo” di matrice cinese in Africa

il “neo colonialismo” di matrice cinese in Africa. – See more at: http://blog.vita.it/africana/2013/11/09/mutamenti-di-un-continente-nel-bene-e-nel-male/#sthash.AzjUP7A0.dpuf
il “neo colonialismo” di matrice cinese in Africa. – See more at: http://blog.vita.it/africana/2013/11/09/mutamenti-di-un-continente-nel-bene-e-nel-male/#sthash.AzjUP7A0.dpuf

. Anche i sindacati sudafricani hanno manifestato in questi anni una notevole insofferenza nei confronti dei cinesi per cui si è pensato di bilanciare i pesi, dando spazio al complesso dei Brics. Non è un caso se, nel marzo scorso (26-27), si è svolto a Durban, in Sudafrica, il Summit di questi grandi cinque Paesi emergenti. I loro leader politici in quella occasione hanno parlato di investimenti in Africa, gettando le premesse per la realizzazione di una Banca di Sviluppo che si dovrebbe occupare del finanziamento di infrastrutture.

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Tags:
africacolonialismomondo missionario
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