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Mutamenti di un continente, nel bene e nel male

@DR
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Dalla parcellizzazione del continente a macchie di leopardo dei primi Anni '90, ai fenomeni di “land grabbing”, al “neo colonialismo” di matrice cinese, all'apertura ai Brics

Queste che seguono, cari amici lettori, sono alcune considerazioni sull’Africa buttate giù, per così dire, eufemisticamente, prendendo penna e calamaio. In effetti, più rifletto su questo continente e più mi rendo conto di quanto siano evidenti i mutamenti sul piano geopolitico. Essi andrebbero valutati con grande attenzione. Un tempo ci volevano decenni perché cambiasse qualcosa negli assetti nazionali, regionali e a livello continentale, mentre ora l’evoluzione è costante e repentina. Sarà stato, dunque, per eccesso di colonialismo o chissà per quale altra velleità, che Harold Macmillan, tornando da un suo viaggio in terra africana, definì il continente africano come una sorta d’ “ippopotamo galleggiante nelle paludi”. Una battuta eloquente che, da una parte esprimeva l’imponenza delle ricchezze africane, nascoste agli occhi degli osservatori più acuti, mentre dall’altra rivelava l’indole altezzosa e per certi versi paternalista di un colonialista di alto rango che non rinunciava al suo sarcasmo. A quel tempo, nel 1960, il primo ministro della Corona di Sua Maestà Britannica ebbe la brillante idea di tornare in patria dal Sudafrica a bordo di un piroscafo che impiegò ben dieci giorni di navigazione prima di avvistare le bianche scogliere di Dover. Gli anni che seguirono crearono non pochi grattacapi agli inquilini del “Numero 10 di Downing Street”. Harold Wilson, ad esempio, fu costretto a fare  i conti a malincuore con la dichiarazione unilaterale d’indipendenza della Rhodesia bianca (oggi Zimbabwe), mentre James Callaghan dovette confrontarsi con la pulizia etnica contro gli asiatici, attuata dal folle presidente Idi Amin Dada. Nel complesso, comunque, possiamo dire che la fine dell’epopea coloniale, negli anni Sessanta, segnò la rigida imposizione delle logiche della “guerra fredda”, tra Usa e Urss, ai popoli africani col risultato che il continente venne diviso in due grandi settori d’influenza. Ad esempio, lo Zaire di Mobutu Sese Seko era filooccidentale, mentre l’Etiopia era governata da Mènghistu Hailè Mariàm, detto il Negus Rosso perché filosovietico. Naturalmente, gli interessi in gioco erano tali per cui, Cyrus Vance, ex segretario di stato americano, ammise che “l’alleanza con Mobutu è imbarazzante ma necessaria”.

Successivamente, dai primi anni Novanta, si è verificata una vera e propria parcellizzazione del continente a macchie di leopardo, col risultato che, oltre alle ex potenze coloniali e agli Stati Uniti, sono scesi in campo Paesi come la Cina, l’India, il Giappone, la Corea del Sud, la Malesia, il Canada e tanti altri. Ciò ha determinato investimenti notevoli, ma ha acuito a dismisura la corruzione delle leadership locali. A questo proposito, uno dei fenomeni più appariscenti è stato quello del “land grabbing”, traducibile in italiano come accaparramento dei terreni da parte di società private, fondi di investimento e governi stranieri. Tale fenomeno ha determinato, alla prova dei fatti, una svendita delle immense risorse naturali del continente, soprattutto dal punto di vista agricolo, minerario e del reperimento di fonti energetiche. A ciò si aggiunga la debolezza delle classi dirigenti il cui operato, purtroppo, lascia, ancora oggi, molto a desiderare. Basti pensare al presidente ugandese Yoweri Museveni che dal gennaio 1986 continua a fare il bello e il cattivo tempo, con la sola preoccupazione di mantenere il potere “sine die” per salvaguardare interessi dal forte sapore nepotistico. Lo stesso vale per il governo del presidente camerunese Paul Biya, per non parlare del congolese Denis Sassou Nguesso, del presidente nordsudanese Omar Hassan el Beshir, del burkinabé Blaise Compaoré, o della dinastia gabonese, avviata dal defunto  Omar Bongo Ondimba che ha passato il testimone al figlio Ali Bongo Ondimba.

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