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Il rapporto Chiesa–mondo e la corretta laicità della politica

@DR
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Intervento alla Scuola di Formazione all’impegno politico - Modena

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Esaminando questi quattro casi, abbiamo già visto il quadro generale in cui collocare oggi la laicità in politica. Ora non ci resta che tracciare delle brevi riflessioni conclusive, senza ripetere tuttavia le cose già viste.

Provo a mettermi nei panni di un cattolico che si impegna in politica e ragiona sulla laicità. Penso a voce alta, parlando con me stesso. Io mi impegno in politica e sono sicuro che il piano politico non può contenere tutta la ricchezza della religione cattolica. Non ci sta dentro tutta, perché il regno di Dio non è di questo mondo. In questo senso la politica non è religione e quindi è laica. Ma non perché la religione sia solo un sentimento irrazionale senza dignità politica, ma perché la verità della religione non ci sta tutta nella politica. Cristo non è un capopopolo, la Chiesa non è un partito, il Papa non è il segretario di un partito e il Vangelo non è un manifesto. Laicità vuol dire questo: la politica ha la sua autonomia e non impegna nelle sue scelte la Chiesa e la religione. Laicità è autonomia dal piano ecclesiastico.

Poi vado avanti col ragionamento e mi dico: però senza Dio non è possibile costruire niente di saldo: senza di me non potete far nulla e se il Signore non costruisce la casa invano si affannano i costruttori. Potrà mai essere che Dio sia assente là dove si decide del bene comune di un popolo? Dove un popolo si misura, nella sua cultura, con la verità? Dove vengono educati i giovani al bene, al vero e al bello? Non è che in politica si decida solo di asfaltare le strade. Nella politica si giocano anche valori assoluti: vita e morte, per esempio. Può essere che lì Dio non c’entri nulla? No, non è possibile. La politica non è assoluta, ma nella politica sono in gioco valori assoluti, ossia i fini ultimi dell’uomo a cui la politica è ordinata. La politica non è in grado di definire i fini ultimi dell’uomo. Se li definisse la politica, saremmo perduti. Semmai essa predisporrà i mezzi per raggiungerli. Da dove prende i fini ultimi la politica? Dall’etica naturale, prima di tutto. Ma l’etica non è l’ultima istanza. Anche l’etica naturale ha bisogno di fondarsi su altro: l’etica o è assoluta o non è, ma il piano naturale non è assoluto. Quindi l’etica ha bisogno di Dio. I fini ultimi della politica, allora, derivano dalla religione. E’ per questo che la politica non può stare senza religione: essa è autonoma ma non è in grado di fondarsi da sola. Ciò che non crea se stesso nemmeno si capisce da solo. La politica senza la religione non si comprende più.

Certo che io, politico cattolico, non posso fare catechismo in consiglio comunale. Però devo evangelizzare anche la politica. Ma come? Il Concilio non dice che i laici devono fare asfaltare bene le strade, dice che i laici devono orientare a Dio le cose temporali. Questo è quindi il mio compito di politico cattolico, non di cattolico politico. Come faccio ad ordinare a Dio le cose temporali, senza con ciò eliminare l’autonomia della politica dal piano ecclesiastico, ossia la sua laicità? Dovrò tenere presenti alcuni punti.

La politica è autonomia dal piano ecclesiastico, ma non da quello morale e religioso. Il piano morale riguarda la morale naturale che si fonda sul rispetto dell’ordine del creato. Allora la prima cosa da fare per il cattolico in politica è di difendere l’ordine del creato, naturalmente sul piano politico, ossia delle leggi e dell’amministrazione della cosa pubblica. Concederò contributi economici sostanziosi alle donne single con figli? No, perché in questo modo danneggio la famiglia, come capita a Bolzano. Darò aiuti economici sostanziosi alle coppie sposate con figli. E così via. Difendendo la natura difendo la possibilità del passaggio dal creato al Creatore. Quando la natura è morta e sepolta non ci sarà più nessuno spazio per Dio nel mondo.

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