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Don Benzi: “veicolo” della tenerezza di Dio

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Accolta dal vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi, la richiesta formale di avvio del processo di beatificazione del fondatore della Comunità Giovanni XXIII

"Abbiamo chiesto l’apertura dell’iter a cinque anni dalla morte, come previsto dal diritto canonico.Vogliamo scoprire ancora di più chi era don Benzi e farlo sapere al mondo. Crediamo che possa emergere tutta la straordinarietà di un uomo che ha dato ogni attimo della sua esistenza a Cristo attraverso i bisognosi. Saranno i fatti giudicati dalla Chiesa a rivelarne la santità". Spiega così Giovanni Ramonda, attuale responsabile della Comunità Giovanni XXIII, l’avvio del processo di beatificazione per don Oreste Benzi, il sacerdote romagnolo fondatore e instancabile animatore della comunità di accoglienza scomparso il 2 novembre 2007.

Un "veicolo potente della tenerezza di Dio": è questa l’immagine che Ramonda (12 figli, di cui 3 naturali e 9 accolti) consegna dell’uomo che gli ha cambiato la vita. "Ricco o povero, sapeva far emergere in ognuno anche l’unica risorsa rimasta, anche se nascosta lui riusciva ancora a vederla" racconta di don Benzi il suo successore alla guida della Giovanni XXIII che ha la "casa madre" a Rimini e altre 500 strutture, distribuite per circa la metà in Italia e in altri 25 Pesi del mondo (Tempi.it 11 novembre). Incontrando un povero don Benzi ritrovava in lui l’immagine di suo padre, convinto di non valere niente, e sosteneva che per rendere i poveri protagonisti occorreva dar loro una senso, offrendo Cristo. "Ripeteva – ricorda Ramonda – che occorre proporre un incontro con Cristo «simpatetico», non discorsivo. Era gioioso e anche scherzoso se serviva. Era un prete fedele al Magistero, che vestito con la talare entrava nelle discoteche per conoscere i giovani e andava per le strade a raccogliere prostitute e barboni. Così affascinava e attraeva i ragazzi, i senza tetto, i drogati. Ma anche i personaggi famosi, i vip, i cantanti" (Tempi.it 11 novembre).

I poveri e gli umili don Benzi li conosceva bene, perchè era uno di loro. Don Oreste era nato, settimo di nove figli, in una povera famiglia di operai, il 7 settembre 1925 a Sant’Andrea in Casale, una frazione del Comune di San Clemente, vicino Rimini. «Il babbo era una persona molto buona – diceva Don Oreste – con un grande sentimento di Dio ed elevato senso morale, però non era praticante prima della mia entrata in seminario. A volte quel poco cibo che si portava al lavoro lo riportava a casa la sera. Noi gli andavamo incontro sulla strada principale e facevamo festa intorno a lui». Frequenti erano i periodi di disoccupazione e la numerosa famiglia faceva fatica a tirare avanti, conoscendo anche la fame. «Il babbo in quei periodi andava tutti i giorni a cercare lavoro. Per lui era un incubo tornare a casa e dire ‘Non l’ho trovato’. Sono i ricordi più dolorosi della mia vita». Sulla madre, diceva: «Ci ha insegnato a pregare: la domenica mattina si alzava presto per andare a Messa. Era una donna instancabile, cantava sempre e non si scoraggiava mai» (La nuova Bussola quotidiana 10 novembre).

Nel 1937, all’età di 12 anni, entrò in seminario, prima ad Urbino, poi a Rimini. Nel 1943, si trasferì al seminario di Bologna. Il 29 giugno 1949, ricevette l’ordinazione sacerdotale e pochi giorni dopo venne nominato cappellano nella parrocchia di San Nicolò al Porto. Nel 1954, lasciò l’incarico di assistente della Gioventù Cattolica per dedicarsi completamente al ruolo di direttore spirituale in seminario, senza abbandonare i ragazzi che ormai l’avevano incontrato. Ogni sabato li riceve dalla mattina fino a notte. Vanno da lui a confessarsi fino a una settantina di giovani ogni sabato. «È nella preadolescenza che si formano i valori pressoché definitivi. Io vedevo che i ragazzi si scontravano con tanti disvalori e non si incontravano con l’unico valore, Cristo. Bisognava perciò fare aver loro, e specialmente ai ragazzi lontani dalle parrocchie, un incontro simpatico con Cristo», diceva. Da questa intuizione nascerà, alcuni anni dopo, nel 1961, la casa "Madonna delle Vette", ad Alba di Canazei, in cui sono passati migliaia di ragazzi (La nuova Bussola quotidiana 10 novembre).

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