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La tutela di cani, gatti o scimmie non deve andare contro l’interesse dell’uomo

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Carlo Valerio Bellieni - ZENIT - pubblicato il 08/11/13

Recentemente l’Italia ha recepito la direttiva europea 2010/63/EU “sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici”, che mette dei paletti in questo campo

La cura degli animali è un dovere dell’uomo, in quanto custode del creato, come ama ripetere il Papa Francesco. Pertanto la vita animale deve essere oggetto di rispetto in tutti gli ambiti in cui l’uomo interferisce con essa.

Recentemente l’Italia ha recepito la direttiva europea 2010/63/EUsulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici”, che mette dei paletti in questo campo. La direttiva ammette che “sono disponibili nuove conoscenze scientifiche con riguardo ai fattori che influenzano il benessere degli animali nonché alla loro capacità di provare ed esprimere dolore, sofferenza, angoscia e danno prolungato. Per tale motivo è necessario migliorare il benessere degli animali utilizzati nelle procedure scientifiche rafforzando le norme minime per la loro tutela in linea con i più recenti sviluppi scientifici”. Ma servono davvero gli animali per il progresso scientifico? “Benché sia auspicabile – vi si legge – sostituire nelle procedure l’uso di animali vivi con altri metodi che non ne prevedano l’uso, l’impiego di animali vivi continua ad essere necessario per tutelare la salute umana e animale e l’ambiente. Tuttavia, la presente direttiva rappresenta un passo importante verso il conseguimento dell’obiettivo finale della completa sostituzione delle procedure su animali vivi a fini scientifici ed educativi non appena ciò sia scientificamente possibile. A tal fine, essa cerca di agevolare e di promuovere lo sviluppo di approcci alternativi”. Dunque la direttiva è ben lontana dal vietare del tutto gli esperimenti con animali, ma li disciplina.

Restano tuttavia dei dubbi: ad esempio, perché le scimmie, i cani e i gatti godono di uno status diverso dagli altri animali? Per i primi si adduce il fatto di una loro vicinanza genetica con l’uomo, per gli altri, “l’alto grado di interesse nell’opinione pubblica” verso queste due specie rispetto alle altre. Queste spiegazioni ci sembrano insufficienti e discriminatorie nei confronti di altre specie, anche tenendo conto che le differenze genetiche tra uomo e altri animali non sono sostanzialmente maggiori che con i primati (e questa bassa differenza con l’uomo non riesce a spiegare invece l’alta differenza morale e spirituale e artistica), e che non pare giusto trattar meglio cani e gatti solo perché “amati” dai più. Insomma, una visione animalistica antropocentrica, cioè basata sulla somiglianza o l’affetto dell’uomo, che però paradossalmente finisce con lo smussare la specificità umana rispetto al mondo animale.

Già, perché l’altro dubbio è che per rispettare l’animale si finisca con il non fare più l’interesse dell’uomo. No, nessuno “sfruttamento dell’animale”, ma ci deve essere attenzione da parte della scienza a riservare alle persone e in particolare a quelle svantaggiate e malate il diritto di essere curate e avvalersi anche della ricerca animale. Recenti critiche sono venute da parte del mondo scientifico alle applicative italiane della normativa europea che sono ancor più restrittive di quelle contenute nella normativa europea. Si rischierebbe, per non nuocere agli animali, di rendere impraticabile il loro impiego nella ricerca, se le procedure per l’analgesia diventano farraginose, se il criterio per limitare gli xenotrapianti diventa troppo vasto: ma quando sono preservate le garanzie basilari imprescindibili – chiedono gli scienziati italiani – la ricerca sull’animale non può essere inibita, e non solo nell’interesse dell’uomo: va fatto anche nell’interesse di altri animali che ne potranno trarre giovamento, perché esiste anche una medicina veterinaria che deve progredire e la garanzia per gli animali non può essere un percorso ad ostacoli insuperabili.

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animalebioeticacreatovivisezione
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