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Carità e nuova evangelizzazione

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Osservatorio Cardinale Van Thuân - pubblicato il 08/11/13

3. In secondo luogo, mi pare che la dimensione unitaria della carità che si è proposta nell’ambito del nostro convegno, non sia andata nella direzione di mortificare la prospettiva della sua articolazione. È questa una questione che mi sta molto a cuore, avendo lavorato per molti anni sul fronte della dottrina sociale della Chiesa, quindi sul fronte della giustizia. Ritengo che la teologia della carità non può essere altra cosa rispetto alla giustizia e alla Dottrina sociale della Chiesa. Se si limita la teologia della carità alla sola azione caritativa della Chiesa mediante le sue proprie e dirette strutture di assistenza, ne conseguirebbe che tutte le altre modalità di servizio dei cristiani all’umanità sofferente non avrebbero a che fare con la carità ma solo con la giustizia, con la conseguente separazione della teologia della carità dalla Dottrina sociale della Chiesa, che non può avere alcun fondamento teologico. Se esaminiamo i paragrafi 19-29 della Deus caritas est, notiamo che tra giustizia e carità il Papa non separa, ma distingue per unire. La giustizia non è la carità, eppure ha bisogno della carità per essere vera giustizia. Ambedue le dimensioni vanno tenute insieme. La giustizia non è la carità, ed infatti «Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore»[4], La giustizia, però, ha bisogno della carità perché altrimenti non riesce a purificarsi «dal prevalere dell’interesse e del potere che l’abbagliano»[5]. Nel paragrafo 29 della Deus caritas est, Benedetto XVI distingue tra "l’impegno per un giusto ordinamento dello Stato" e l’ "attività caritativa organizzata". Nei confronti della prima dimensione la Chiesa agisce indirettamente, nei confronti della seconda, invece, direttamente o, meglio «come soggetto direttamente responsabile»[6]. Con ciò il Papa non vuol dire in nessun modo che qualcuno dei due livelli non abbia a che fare con la carità. Tutti e due ne sono unitariamente pervasi pur nella distinzione. Il Papa, infatti, dice che «la carità deve animare l’intera esistenza dei fedeli laici»[7], di coloro cioè che si impegnano direttamente nella prima delle dimensioni viste qui sopra. A me sembra che su questo punto ci sia ancora molto lavoro da fare, sia sul piano teologico sia su quello pratico. In questo contesto e nella prospettiva della nuova evangelizzazione, va anche recuperato e valorizzato al meglio un concetto che il magistero ci ha consegnato, il concetto di purificazione: la fede purifica la ragione, la carità purifica la giustizia, la speranza cristiana purifica le speranze umane.

4. In terzo luogo, vorrei far notare che lungo la riflessione che si è sviluppata nel nostro incontro è stata approfondita quella che potremmo definire come la questione del luogo teologico. In passato, molti hanno sostenuto che il luogo teologico appropriato per il discernimento nell’esercizio della carità siano i poveri, nel senso sociologico del termine. Altri hanno sostenuto che il luogo teologico è la prassi, intesa come azione politica per la giustizia. Bisognerebbe partire da lì, dalla situazione di bisogno o di sfruttamento, di indigenza o di ingiustizia. Benedetto XVI, invece, nel discorso rivolto ai vescovi brasiliani nella cattedrale di San Paolo quando partecipò alla conferenza dei Vescovi latinoamericani ad Aparecida, ha detto che senza l’istruzione nella fede e la vita dei sacramenti «manca l’essenziale anche per la soluzione degli urgenti problemi sociali e politici». Nel libro Gesù di Nazareth egli afferma: «La povertà puramente materiale non salva, anche se di certo gli svantaggiati di questo mondo possono contare in modo particolare sulla bontà divina. Ma il cuore delle persone che non posseggono niente può essere indurito, avvelenato e malvagio – colmo all’interno di avidità di possesso, dimentico di Dio e bramoso solo di beni materiali»; per questo «Il Discorso della montagna non è un programma sociale […] ma solo laddove il grande orientamento che ci dà resta vivo nei sentimenti e nell’agire, solo laddove dalla fede deriva la forza della rinuncia e della responsabilità verso il prossimo come verso l’intera società, può crescere anche la giustizia sociale. E la Chiesa nel suo insieme non deve perdere la consapevolezza di dover essere riconoscibile come la comunità dei poveri di Dio»[8]. Il modo vero di servire i poveri non è partire dalla loro povertà in senso sociologico, ma partire da Cristo povero. Come la semplice povertà, così anche «la semplice prassi non è una luce»[9]. Per questo il Santo Padre Benedetto XVI ha costantemente proposto di partire dal Cristo della fede apostolica trasmessaci dalla Chiesa, incitandoci alla «rivitalizzazione della fede in Cristo, nostro unico Maestro e Salvatore, che ci ha rivelato l’esperienza unica dell’Amore infinito di Dio Padre per gli uomini. Da questa fonte potranno sorgere nuove strade e progetti pastorali creativi, capaci di infondere una ferma speranza per vivere in maniera responsabile e gioiosa la fede ed irradiarla così nel proprio ambiente[10]. La stessa cosa la troviamo scritta nella Centesimus annus che afferma: “noi dobbiamo inquadrare la lotta per la giustizia «nella testimonianza a Cristo salvatore»”[11],

5. Un ultimo elemento desidero sottolineare perché emerso con forza nel nostro convegno e perché ci riguarda direttamente come vescovi: è la nostra responsabilità nei riguardi dell’azione sociale e caritativa della Chiesa. Su questo punto S.E. il Sig. Cardinale Sarah ha detto delle cose molto illuminanti quando ci ha ricordato la struttura episcopale della Chiesa come un dato non accessorio ma essenziale della sua natura e, quindi, del suo essere e operare. Questo richiamo autorevole e impegnativo ha una sua urgenza pastorale perché, in qualche caso, la diakonia caritativa della Chiesa si è sviluppata con intenzionalità contestative della Chiesa stessa o anche alternative ad essa, a partire da posizioni teologiche ed ideologiche non congrue con la vera natura della Chiesa stessa. Situazioni dolorose che hanno prodotto divisioni e confusione e che hanno la necessità di essere responsabilmente governate dai vescovi. La linea maestra mi sembra quella tracciata dal Santo Padre Francesco in uno dei suoi primi interventi: "Edificare la Chiesa, la Sposa di Cristo, su quella pietra angolare che è lo stesso Signore … Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una ONG assistenziale, ma non la Chiesa, Sposa del Signore … , quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio". Sullo specifico punto della responsabilità dei Vescovi anche nei confronti della diakonia caritativa, sarà opportuno, ritornare con altre opportune iniziative che il Pontificio Consiglio Cor Unum saprà mettere in campo.

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