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Carità e nuova evangelizzazione

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Le conclusioni al recente incontro dei vescovi europei a Trieste

A conclusione dell’Anno della Fede, la Commissione Caritas in veritate del Ccee (Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa), presieduta dall’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, ha organizzato nella città dal 4 al 6 novembre un Convegno sul tema "Testimoniare la fede attraverso la carità".

Vi hanno partecipato una cinquantina di Vescovi provenienti dai vari Paesi europei assieme ai responsabili degli interventi caritativi delle Conferenze episcopali d’Europa. Ecco le conclusioni di mons. Crepaldi:
 

 

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Eminenza, Eccellenze, cari amici,

1. Giunti alla fine del nostro incontro, tocca a me dire una parola conclusiva. Spero vivamente che nonostante la pioggia battente, Trieste, con la sua scontrosa grazia, vi sia apparsa città capace di amichevole accoglienza. Per domani il programma prevede un pellegrinaggio alla Basilica patriarcale di Aquileia e i metereologi prevedono il sole. Questa consolante previsione meteorologica si intonerà bene con l’atto che andremo a compiere in quella Basilica: la nostra confessio fidei, proprio nell’Anno della Fede. II Patriarcato aquileiese fu, lungo molti secoli, come il motore evangelizzatore di parte del Nord d’Italia, di tutto il suo Nordest, di parte dell’attuale Austria e Baviera, della Slovenia fino alla Slovacchia con le città di Nitra e Bratislava e parte della Croazia. E nell’ambito della sua giurisdizione si professava il Credo aquileiese che domani reciteremo insieme. Sarà anche il modo più adeguato e solenne per dare espressione convinta da parte di noi Vescovi all’affermazione del Santo Padre Benedetto XVI che affermò: "I pilastri della nuova evangelizzazione sono la confessio e la caritas: sono i due modi con cui Dio ci coinvolge, ci fa agire con Lui, in Lui e per l’umanità" (Meditazione per la prima Congregazione generale del Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione). Su questa linea che tiene insieme nuova evangelizzazione, confessio fidei e caritas, il nostro incontro è stato particolarmente fecondo di stimoli, che vorrei riprendere a mo’ di spunti conclusivi utili per la nostra azione pastorale.

2. A me sembra che l’aspetto più innovativo emerso nell’ambito dei lavori del nostro incontro sia stato l’invito a coltivare una visione unitaria della carità. Dai vari contributi è emerso, infatti, che la carità è propria di un soggetto attivo nella storia, di natura comunitaria, la Chiesa appunto, la cui realtà intera si esprime come carità, senza esclusioni: «Tutta l’attività della Chiesa è espressione di un amore che cerca il bene integrale dell’uomo: cerca la sua evangelizzazione mediante la Parola e i Sacramenti […] e cerca la sua promozione nei vari ambiti della vita e dell’attività umana. Amore è pertanto il servizio che la Chiesa svolge per venire costantemente incontro alle sofferenze e ai bisogni, anche materiali, degli uomini»[1]. Vorrei far notare che l’unitarietà della carità nella sua fonte e nella sua intima dinamica, unitarietà che, prima di diversificarsi in diverse modalità espressive, sgorga dalla vita stessa della Trinità come comunione di amore, rimane tale anche riguardo al suo obiettivo, che è l’integralità della salvezza o, per dirla con Paolo VI, l’integralità dello sviluppo[2], La Chiesa è sempre impegnata ad amare tutto l’uomo e a favorire la sua integrale salvezza, per questo essa intende lo sviluppo secondo un’ottica unitaria e di totalità. La prospettiva unitaria della carità è quindi il terminus a quo e il terminus ad quem, per dirla con gli Scolastici, ed è quindi anche il criterio e il metodo per il discernimento e per l’azione concreta. La carità è unitaria anche in un altro senso: essa non è solo un volere ma anche un conoscere. Essa non si oppone alla verità, perché la fonte della Carità è Dio, che è anche Verità. La carità cristiana non è un amore cieco, ma un amore intelligente: «Colui ch’è animato da una vera carità – notiamo l’espressione ‘vera carità’ – è ingegnoso nello scoprire le cause della miseria, nel trovare i mezzi per combatterla, nel vincerla risolutamente»[3]. Solo una carità vera può essere una vera carità.

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