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L’educazione nell’era dei social media

L’educazione nell’era dei social media

@DR

Ai@rt - pubblicato il 07/11/13

In famiglia, a scuola o in parrocchia si tende a dare per scontato il tempo che i ragazzi “iperconnessi” dedicano allo schermo

di Lorenzo Lattanzi

Come efficacemente afferma il sociologo Zygmund Bauman viviamo un’epoca “liquida”. Le innovazioni tecnologiche che si succedono a ritmo vorticoso e il continuo flusso d’informazioni da cui siamo letteralmente sommersi rischiano di stordirci e disorientarci; per individuare punti di riferimento pedagogici attendibili è imprescindibile analizzare i mutamenti avvenuti nel campo della comunicazione. Ogni educatore per svolgere adeguatamente il suo compito dovrebbe dotarsi di uno “sguardo” speciale in grado di osservare criticamente la realtà dal punto di vista culturale, antropologico e sociale.

Quale impronta lasciano oggi i media nella nostra vita e qual è l’impronta nostra che volontariamente o meno lasciamo nel continente digitale attraverso network sociali come Facebook, Twitter, WhatsApp… etc….? In famiglia, a scuola o in parrocchia si tende a dare per scontato il tempo che i ragazzi “iperconnessi” dedicano allo schermo: chat, video, musica, film, fiction, talk show, reality, spot, documentari etc… nell’alternarsi e sovrapporsi di contenuti di ogni genere, frullano con estrema disinvoltura contenuti violenti, osceni o frivoli insieme ad altri decisamente più formativi, in un flusso costante ideato appositamente per attirare l’attenzione. Invece, conoscere e analizzare i contenuti fruiti, condivisi o pubblicati come pure la “dieta mediale”, ovvero tempi, modi e spazi della fruizione dei media, offrirebbe spunti utilissimi alla riflessione nell’impostazione di qualsiasi azione educativa che si voglia in qualche modo incisiva. Ad esempio, negli Stati Uniti l’Università di Stanford1 ha condotto studi molto interessanti sulla valanga d’informazioni che vengono immesse nel web ogni 60 secondi nella rete; riportiamo solo alcuni dati:

  • Oltre 200 milioni di e-mail inviate;
  • 100 mila tweets;
  • 277 mila contatti attraverso Facebook;
  • oltre 2 milioni di ricerche su Google;
  • 1,3 milioni di visualizzazioni su YouTube (ogni minuto vengono caricate 48 ore di video);
  • 639.800 Gigabyte di dati trasferiti.

Domandarsi quali siano gli effetti di questo costante flusso che insegue e “spia” tutti, pure attraverso il cellulare, è doveroso e indispensabile. I genitori purtroppo si preoccupano più di ciò che mangiano o respirano i propri figli senza porre la dovuta attenzione ai messaggi espliciti o subliminali che bombardano le loro menti. Per delineare in maniera specifica le dimensioni del problema vanno studiati fenomeni quali: l’INFORMATION OVERLOAD, ovvero il surpluss d’informazioni che incanta e al tempo stesso disorienta
l’utente2, l’INTERNET ADDICTION e la NOMOFOBIA ad essa correlata, ovvero la dipendenza da internet con la conseguente ansia da eventuale “scollegamento”, insieme a patologie tristemente note come LUDOPATIA, CYBERBULLISMO e SEXTING, che troppo spesso rappresentano l’ingrediente base delle sempre più ricorrenti notizie di cronaca nera che coinvolgono giovani e famiglie colpevolmente “disarmate” rispetto alle insidie del mondo della comunicazione moderna. Inoltre, secondo studi autorevoli non adeguatamente pubblicizzati, sarebbero correlati all’uso-abuso di videogame e tv fenomeni “di confine”, quali l’aumento esponenziale sin dalla scuola dell’Infanzia di casi di ADHD cioè la sindrome dell’iperattività e il disturbo cronico dell’attenzione.3

Attraverso i vari devices tecnologici le nuove generazioni sono bombardate da pseudo-risposte che rischiano di far vivere in una sorta di perenne alienazione. Eppure, incrociando lo sguardo dei ragazzi “oltre lo schermo” e utilizzando la media education come proposta per la riflessione o il dibattito, possiamo cogliere ancora forte in loro la ricerca di un senso più profondo da dare alle esperienze realizzate non esclusivamente nell’ambiente mediale. I nativi digitali, infatti, sono i primi a rendersi conto che non può bastare sapere “di tutto un po’” in tempo reale, poiché la conoscenza è qualcosa che va oltre qualsiasi motore di ricerca! Socrate esortava l’uomo innanzitutto a conoscere se stesso: oggi più che mai è necessario che gli educatori aiutino le giovani generazioni a non essere distratte rispetto al senso della vita, facendo emergere interrogativi latenti che esigono adulti responsabili e preparati ad educare (nel senso etimologico: educere, tirar fuori). Gli stessi giovani sanno che i contenuti dei messaggi più cliccati privilegiano l’aspetto emotivo

e istintivo rispetto a quello razionale. «Il medium è il messaggio»4 diceva McLuhan riferendosi al messaggio implicito determinato dal semplice uso di uno strumento: oggi più che mai possiamo considerare questa affermazione l’invito ad utilizzare i media come “ponte formativo” in grado di catturare l’attenzione, intercettando e facendo emergere le domande pedagogiche implicite che i ragazzi inconsapevolmente portano con sé. La media education, dunque, potrebbe rappresentare il trait d’union tra istruzione ed educazione nelle diverse discipline previste dai curricula dei vari ordinamenti scolastici, ivi compreso l’insegnamento della Religione Cattolica, come nelle attività di oratorio o dell’ora di catechismo. È certamente sbagliato additare i media come i principali responsabili della così detta emergenza educativa: i mezzi di comunicazione sono lo specchio della realtà; ad esempio, la superficialità delle relazioni su internet non è altro che il riflesso dell’individualismo che affligge la vita reale per cui, per diffidenza, si tende a preferire il semplice “contatto”. Tuttavia i media, sociali e non, amplificando, diffondendo, ridimensionando o ignorando determinati contenuti possono alimentare pregiudizi, distorcendo la verità, manipolare le coscienze e trasformarsi da straordinari strumenti di conoscenza ad “armi di distrazione di massa”.

Genitori, insegnanti, catechisti e quanti hanno a cuore l’educazione delle giovani generazioni possono acquisire – anche grazie alla rete – competenze chiave per smascherare le insidie della comunicazione moderna, approfittando appieno delle risorse oggi “a portata di clic”. Le giovani generazioni, iperconnesse, perennemente di fronte a un display, rischiano di vivere un’esistenza “schermata”: scrive lo scrittore e professore Alessandro D’Avenia «Mi sembra di avere a che fare con una generazione che è stata generata biologicamente, ma non culturalmente e quindi è privata di un ordine simbolico e narrativo grazie al quale interpretare esperienze ed emozioni. Se manca il senso si perdono i significati. Dolore senza significato, vita senza significato, sesso senza significato… Ecco cosa cercano: una capacità di lettura della realtà, che se viene a mancare oscilla tra labilità delle emozioni (più forti sono più mi sento vivo) e dipendenza dal più forte, dal così fan tutti (conformismo). Entrambi gli atteggiamenti scavano un pozzo di dolore nei loro cuori, una prigione interiore di noia e incertezza.»5 Sono gli adulti ad avere il dovere morale di dire ai giovani il loro “Effatà” evangelico6, per aprirli allo stupore e alla contemplazione della vita, che si può anche alimentare di relazioni su Facebook, twitter o WhatsApp, senza che esse rappresentino il fine o, peggio ancora, la fine della propria vita relazionale! Ma c’è bisogno di una visione pedagogica integrata che, valorizzando l’opinione oramai consolidata secondo cui i media non vanno più considerati dei semplici strumenti bensì ambienti in cui si possono realizzare infinite esperienze, porti alla predisposizione di azioni educative mirate alla prevenzione del rischio che gli strumenti della comunicazione si trasformino in una “prigione” relazionale, affettiva o culturale, come
nel caso degli Hikikomori giapponesi7. L’educatore, per essere tale, deve continuamente imparare ad esercitare la maieutica socratica8 in un modo profetico; il profeta, infatti, non è tanto una persona capace di presagire il futuro, ma colui che osservando in maniera critica e non superficiale la realtà riesce a prevedere quali possano essere le conseguenze di determinate scelte9. Dunque, occorre osservare gli attuali fenomeni mediatici attraverso una visione convergente da due posizioni distinte ma per niente distanti: la prima tesa a smascherare comportamenti e messaggi subdoli o pericolosi per segnalarli e, se necessario, denunciarli; la seconda per valorizzare, promuovere e condividere attraverso la tecnologia il bello, il buono e il vero della vita. In questo senso anche l’attività di denuncia e pressione da parte dell’AIART sui contenuti discutibili trasmessi dai media, specialmente dalla tv, va considerato come un Servizio di alta valenza educativa, poiché in più di un caso ha indotto modifiche nella programmazione dei palinsesti delle varie emittenti locali e nazionali portando alla cancellazione di alcuni programmi, o allo spostamento in orario più appropriato. Sono molti gli autori che riconoscono l’importanza del determinante ruolo delle Associazioni a favore di una moral suasion dell’opinione pubblica al fine di non dover subire passivamente la programmazione radio-televisiva10. Ma
nell’era del web 2.0, in cui la maggior parte dei contenuti sono generati dagli utenti stessi senza alcuna possibilità di controllo preventivo, la tecnica “push” dei media tradizionali che “spingevano” i contenuti verso gli utenti è stata quasi completamente soppiantata dalla filosofia “pull” per mezzo della quale l’utente estrapola contenuti a piacimento secondo il proprio gusto e il proprio interesse11. Allora l’attività di denuncia potrà progressivamente cedere il passo al ruolo di “bussola” che orienta, guida, accompagna alla fruizione libera e responsabile dei principali fenomeni mediatici, attraverso una visione critica, capace di andare oltre il criterio del “mi piace”. A titolo esemplificativo, bisogna sapere e far sapere che attualmente nel web, major come Google e Facebook rischiano, di fatto, di fagocitare l’intera rete (la maggior parte dei contenuti, per avere successo, deve passare attraverso essi), ma a molti ne sfugge la preminente vocazione pubblicitaria. Google intercetta le ricerche online, memorizzandole e utilizzandole per offrirci una pubblicità “su misura” mentre Facebook, registrando commenti o apprezzamenti sui vari link presenti nella piattaforma, porta in luce le domande latenti di acquisto oppure sfrutta la nostra identità per promuovere la vendita di prodotti e servizi agli “amici”. Questa attività di profiling12, accettata esplicitamente al momento del primo accesso e registrazione, necessaria per l’accesso ai vari servizi, non è esente da rischi: la privacy non sempre viene rispettata (anche per la relativa difficoltà per l’utente, inesperto o ingenuo, d’impostare i vari parametri), la nostra identità inconsapevolmente utilizzata per finalità commerciali, ma il pericolo maggiore è rappresentato dal rischio di vivere, secondo l’azzeccata definizione di Eli Pariser, come all’interno di una “bolla filtrata”13. I contenuti a noi più accessibili, a portata di link, sono quelli più vicini alla nostra personalità definita dagli algoritmi che registrano la nostra attività online e regolano l’offerta informativa-commerciale sul web. Di conseguenza, se non si svolgeranno azioni educative adeguate, potremmo finire per essere “circondati” soltanto da pensieri omologhi al nostro, trascurando paradossalmente le infinite occasioni di confronto che da sempre contraddistinguono la rete come luogo dell’informazione libera per eccellenza. La sfida è proprio questa: partire dai social media usati con competenza, per promuovere e diffondere piattaforme per l’approfondimento e il dibattito, realizzare iniziative formative in grado di generare reti e alleanze tra agenzie educative14, per orientare le scelte degli spettatori e farli diventare, finalmente, i veri protagonisti della comunicazione15.

Lorenzo Lattanzi
Presidente Regionale AIART-Marche

(tratto dal n.29 di settembre 2013 della rivista trimestrale dell’Aiart la Parabola)

2) Il professor Franco Ferraroti descrive la società contemporanea “Un popolo di frenetici, informatissimi idioti” titolo della sua recente pubblicazione (Ed. Solfanelli, 2012)

3) “I bambini che passano lunghe ore a guardare la televisione e a giocare ai videogiochi potrebbero raddoppiare il rischio di sviluppare problemi di attenzione, come il disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattivita’ (ADHD).” Ricerca su 1.323 bambini tra i 7 e 10 anni
http://news.paginemediche.it/it/230/ultime-notizie/neurologia/agi-news/detail_136500_tv-e-videogiochi-bimbi-a-rischio-deficit-attenzione.aspx?c1=63&c2=5938

4) Marshall McLuhan
, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore 2003 (ed. originale 1964).

5) Alessandro D’Avenia
, “La meglio gioventù” su
Avvenire, 10 giugno 2012. In un altro passaggio dell’articolo l’autore afferma “Solo a contatto con la ricerca della verità le forze di un ragazzo si liberano, la libertà è messa in gioco. Non uso effetti speciali, solo le parole. E la parola che loro vogliono sentire non è quella che dà soluzioni, quella non l’ascoltano, ma la parola accompagnata da occhi che brillano, la parola vissuta, la parola che cerca la verità e la ama senza nascondere la fatica e gli insuccessi. Questi ragazzi hanno bisogno di persone che manifestino di non avere paura di vivere, anche se la vita fa tremare e non bisogna nasconderlo, solo così cominciano a generare la vita e si sentono spronati a farlo, nell’età in cui il loro corpo scopre di essere fatto per generarla. Ma abbiamo talmente anestetizzato la verità e virtualizzato la realtà che le verità più evidenti come il corpo, l’amore, il sesso, il dolore, la morte, la felicità, Dio… diventano allegorie ideologiche, ingabbiate in interpretazioni preconfezionate prima ancora di essere vissute, e questo vale anche in ambito cattolico.”

6) Vangelo di Marco 7, 31-37

7) “Li chiamano ’reclusi sociali’, ’adolescenti eremiti’, ’ragazzi spariti’: sono le vittime della nuova patologia che colpisce i nostri teenager, fenomeno in espansione ma di cui in Italia si sa e si parla ancora poco. Non vanno a scuola, rifiutano ogni contatto con l’esterno (genitori compresi), si barricano nella loro cameretta per mesi, talvolta anni, e vivono incollati al pc, sempre connessi, immersi in una realtà puramente virtuale, svegli di notte e svaniti nel sonno di giorno. In Giappone gli hikikomori (termine che tradotto in italiano suona come ’stare in disparte, isolarsi’) raggiungono il terrificante numero di un milione: in una società competitiva fin dall’asilo, in cui l’insuccesso è vissuto come intollerabile e come vergogna sociale, l’autoreclusione è la patologia più diffusa fra i ragazzi che non stanno al passo delle aspettative altrui. Meglio barricarsi in casa e scomparire al mondo piuttosto che affrontarlo.” Antonella Mariani
,“Hakikomori: nulla oltre il pc”su
Avvenire, 1 novembre 2011

8) “maièutica s. f. ([dal gr. μαιευτική (τέχνη), propr. «(arte) ostetrica», «ostetricia», der. di μαῖα «mamma, levatrice»]. – Termine con cui viene generalmente designato il metodo dialogico tipico di Socrate, il quale, secondo Platone (dialogo 
Teeteto), si sarebbe comportato come una levatrice, aiutando gli altri a «partorire» la verità: tale metodo consisteva nell’esercizio del dialogo, ossia in domande e risposte tali da spingere l’interlocutore a ricercare dentro di sé la verità, determinandola in maniera il più possibile autonoma.”
Treccani.it

9) “L’elemento essenziale del profeta non è quello di predire i futuri avvenimenti; il profeta è colui che dice la verità perché è in contatto con Dio e cioè si tratta della verità valida per oggi che naturalmente illumina anche il futuro. Pertanto non si tratta di predire l’avvenire nei suoi dettagli, ma di rendere presente in quel momento la verità divina e di indicare il cammino da prendere”.
Joseph Ratzinger, Intervista con Niels Christian Hvidt, 1997.

10) Ad es. Neil Postmann
“La Scomparsa dell’Infanzia” Armando Editore 1984.

11) Tale tecnologia è anche la filosofia di base che ha portato alla nascita e alla diffusione dei canali tematici in chiaro e/o a pagamento della piattaforma TV del digitale terrestre.

12)
Profiling, ovvero profilazione dell’utente, pratica informatica di raccolta dati per la creazione di un profilo personalizzato o di profili di utente tipo.”
Wikipedia.it

13) Eli Pariser
“Il filtro. Quello che internet ci nasconde.”, (trad. B.Tortorella) Il Saggiatore 2012. Si consiglia la visione del seguente video:
www.ted.com/talks/lang/it/eli_pariser_beware_online_filter_bubbles.html

14)
Educare alla Vita Buona del Vangelo, CEI, n.51.

15) CEI, DIRETTORIO SULLE COMUNICAZIONI SOCIALI NELLA MISSIONE DELLA CHIESA
, Comunicazione e Missione, nn.14-19, Libreria Editrice Vaticana, 2004

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cyberbullismoeducazioneludopatiasocial network
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