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I «grumi di materia» della signora Ravera

© Yaromir
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Sulle parole allucinanti sul cimitero dei bambini non nati. E sul rispetto di tutte le donne che dovrebbe essere la forma più alta di femminismo

di Francesca Lozito

Nei salotti lontani dalla realtà, dove le parole non corrispondono nove volte su dieci alla vita quotidiana, dove si pensa di sapere tutto e nove volte su dieci non si sa proprio niente, dove il silenzio è un esercizio davvero poco praticato, lo sport preferito è il tiro alla parola. Dura come pietra. Che fa dunque male.

Non avrei mai scritto nulla sul post di Lidia Ravera, assessore alla cultura della regione Lazio e scrittrice tanto cara a un certo establishment della sinistra più radicale, se non mi fosse stata segnalata la reazione in un blog che fa sostegno psicologico a chi subisce il trauma della perdita di una vita.

Sì, signora Ravera, vite e non "grumi di materia" o "splatter" come li definisce lei, con il solo pretesto di attaccare il politico che non le va a genio.

È miserevole che nel 2013 ci sia ancora chi usa certe parole, chi insulta e offende con il beneplacito di gruppi di influenza, che lo ripeto, non hanno nulla a che fare con la realtà. Nulla.

Lo dico perché non sono madre, lo dico perché ho come compagne di strada amiche che hanno subito la perdita di un figlio. Lo dico perché non esiste in nessun luogo che ho frequentato tanta acrimonia e violenza come nelle sue parole.

Un cimitero dei bambini mai nati può piacere o no. Ma nessuno ha diritto di dire come si debba elaborare un lutto di questo genere. Perché è un lutto bello e buono. E allora ci vuole rispetto. Sa, è la forma più alta di femminismo, inteso come la scelta di stare dalla parte della donna.

Rispetto per la madre che portava in grembo quella vita. Per il suo compagno che con lei ha scelto di generarlo. Per le speranze di quella nascita attesa. Per la gioia spezzata.

Spesso ho l'impressione, quando personaggi come la Ravera si esprimono pubblicamente sui cosidetti "temi sensibili", che dietro un ambiguo moralismo, dietro un tentativo di passare per "quelli buoni", si celi in realtà un radicalismo talebano che non vuole sentire ragione di chi la pensa diversamente da loro.

Questo è molto grave. Alimenta l'oscurantismo della peggiore specie. Ammaliando e ammiccando con la seduzione di chi non vuole vedere la realtà delle cose.

La rimozione del dolore è un cancro recidivo di questi nostri tempi liquidi.

Ma la speranza e il coraggio stanno da tutt'altra parte. E sono quelli che salvano. Senza illusioni, ma passando per i chiodi della Croce. Che si creda o meno.

[FONTE: http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=1481]

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