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Maternità surrogata: un comitato per le ragioni del “no”

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A Montecitorio il 5 novembre la presentazione del Comitato "Di mamma ce n'è una sola" contro l'utero in affitto

Fenomeni analoghi interessano donne delle campagne povere del Marocco (Avvenire 19 agosto), della Cina, del Vietnam, della Thailandia (Avvenire 13 agosto) così come di Panama o Guatemala (Avvenire 8 agosto) oppure di Russia e Ucraina (Avvenire 7 agosto).

Davvero una donna può accettare di avere un figlio tramite un’altra senza nessuna ripercussione per la propria integrità psichica e la propria vita? E la donna che porta avanti una gestazione per nove mesi può considerarlo semplicemente un lavoro, per quanto possa essere spinta dalla disperazione di condizioni economiche precarie? "Il dolore di una donna che vorrebbe essere madre e non ci riesce – spiega la psicoterapeuta Giuliana Mieli – va rispettato, compreso e il più possibile lenito. Ma l’egoismo di chi trasforma la realizzazione del proprio sogno nell’incubo di un altro non va sottoscritto né sostenuto". Si può avere un’idea delle dinamiche che vengono poste in atto guardando al caso delle donne che hanno deciso di portare avanti una gravidanza ma di dare poi il figlio in adozione. "Sono esperienze da cui si esce davastate anche se fin dall’inizio si è consapevoli di quel che succederà dopo il parto e lo si è deciso in totale autonomia, senza costrizioni" afferma Mieli secondo la quale "sono certa che la condizione emotiva ed emozionale in cui si vengono a trovare sia identica". Forse peggio. "Perché il figlio che avevano in grembo non lo hanno ceduto. Lo hanno venduto: «Una ferita che segna entrambe le donne. E la loro creatura che aveva diritto a un concepimento fondato sull’amore»" (Avvenire 14 agosto).

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