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Di fronte alla solitudine e all’abbandono, la parola delle religiose

Corinne SIMON/CIRIC
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Inchiesta sulla presenza delle religiose nel carcere romano di Rebibbia

Ricorda suor Carla che un giorno, dopo la messa, un detenuto le si è avvicinato per chiederle se poteva ancora dire il Padre nostro. «Perché no? Che dubbi hai?» le ha chiesto la religiosa. «Perché non sono disposto a perdonare» le ha risposto il detenuto. Lui aveva ammazzato l’uomo che aveva violentato e ucciso sua moglie. Era in carcere per quel delitto, stava scontando una dura pena, sapeva di aver fatto una cosa orribile ma, nonostante questo, non era disponibile al perdono, non aveva intenzione di «rimettere» alcun debito e in quella preghiera, si sa, lo si dice chiaramente. Suor Carla ha ascoltato e capito. Chi le parlava non era ancora pronto al pentimento e al perdono, i tempi dovevano essere più lunghi, il percorso era più difficile. «Puoi dirlo il Padre nostro — gli ha risposto — con quella preghiera chiedi a Dio di aiutarti a fare quello che finora non hai fatto. Chiedi che ti dia la forza che non hai. È lo stesso valida e importante».

Su suor Rita, suor Carla e suor Lucia in quelle ore che trascorrono in carcere si riversano tutti i dolori e i dubbi e anche le incertezze del futuro di coloro che in quell’istituto di pena sono costretti a stare per anni.

Anche le paure di chi all’apparenza è un privilegiato perché in qualche modo ha cercato di pareggiare i suoi conti con la giustizia. Suor Rita ha conosciuto molti che si sono pentiti, che sono diventati collaboratori di giustizia che forse, in seguito a questo, potrebbero avere un futuro migliore. «Ma anche per loro — mi spiega — i giorni che verranno sono bui. Devono cambiare
tutto: faccia, abitudini, Paese e poi, dopo alcuni anni in cui hanno l’aiuto dello Stato, comunque sono di nuovo soli. Devono pensare interamente alla loro vita, al loro lavoro, ai loro affetti. Hanno paura e alle suore lo confessano».

Dopo aver parlato con le tre religiose che si recano a Rebibbia mi sono chiesta se il lavoro delle suore nelle carceri è coordinato e diretto da qualcuno, se ci sono dei numeri, dei dati sulla loro presenza negli istituti di pena, se la loro capacità di ascolto è conosciuta e apprezzata. Ho appreso da Virgilio Balducchi, ispettore capo dei cappellani carcerari italiani, che i numeri sono incerti, che solo in questi ultimi tempi si sta tentando un censimento, che per questo si è messo in contatto con l’Unione superiore maggiori d’Italia per costruire insieme progetti e proposte. Per ora, da un primo parziale censimento, si può dire che le suore che vanno negli istituti di pena sono circa duecento, tutte volontarie, perché dal 1975 è finito per legge il loro ruolo di vigilatrici. Rimane la domanda su che cosa spinge questo gruppo di religiose che probabilmente fra di loro non si conoscono, che non sono coordinate da alcun organismo superiore, alla loro missione nelle carceri.

«C’è qualcosa che mi spinge, qualcosa di molto forte — cerca di spiegare suor Lucia — e anche se ci metto ben due ore per arrivare a Rebibbia o all’ospedale Pertini, non salto un giorno di visita. Mi accorgo che le mie preghiere sono sempre rivolte a loro. Ho capito che non potevo abbandonarli per nessuna ragione fin dalla mia prima visita in un istituto di pena. Ricordo che il giorno dopo aver visto per la prima volta un carcere mi sono recata per una cerimonia a San Pietro e tutto il tempo ho pensato solo a quei malati, a quei detenuti. Sono scoppiata a piangere per il loro dolore, la loro miseria».

La loro miseria. Le religiose, malgrado la loro consuetudine al carcer
e, ne sono sempre colpite. «Fin dal primo giorno — racconta suor Carla — mi è stato chiaro che erano i poveri che pagavano più di tutti, erano loro che non avevano un lavoro, che non avevano una famiglia, che spesso non sapevano neppure leggere e scrivere a finire poi in carcere. Alcuni volevano fare la cresima, io davo loro qualcosa da leggere per prepararsi e vergognandosi mi chiedevano se potevo farlo io… Loro non erano capaci».

Di fronte a questa solitudine, a questo abbandono, a questa inimmaginabile povertà la parola delle religiose appare la sola ricchezza, la sola attenzione, il solo dono che chi è in galera riesce ad avere. Per questo i detenuti non smettono di cercarle e loro non smettono di andare a trovarli. Anche se solo per un saluto, una preghiera insieme e la promessa: «Ci rivediamo fra qualche giorno».

(in “Donne chiesa mondo”- Mensile dell’Osservatore Romano del 3 novembre 2013)

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