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Le chiese cristiane nei Paesi arabi

@Oasis

Fondazione Oasis - pubblicato il 31/10/13

Intervento di Mons. Maroun Lahham al consiglio provinciale delle suore salesiane

:

– chiese autòctone;
– chiese del Calvario;
– chiese della resurrezione.

Chiese autòctone. Molti si stupiscono quando vengono a sapere che esistono degli arabi cristiani e che essi sono fondamentalmente arabi e non musulmani che hanno abbandonato la loro religione. Non voglio dilungarmi su questo punto, ma il fatto è che i nostri Paesi hanno conosciuto il Cristianesimo fin dalla sua nascita. Ancora non era finito il primo secolo che già le nostre terre erano diventate cristiane nella stragrande maggioranza. Anzi, sono stati i nostri Paesi a portare la Buona Novella alle estremità della terra, fino in India. Il fatto di essere cittadini originari significa molto per noi cristiani arabi. Significa che siamo autòctoni e che esistiamo da prima dell’Islam. Questo ci dà fiducia e forza morale ed etica, soprattutto se si considera che alcuni movimenti islamisti che sono comparsi di recente vogliono negare questo fatto e con semplicità davvero grossolana pensano che l’Oriente sia musulmano e l’Occidente cristiano. Tuttavia la testimonianza della storia e soprattutto dei monumenti cristiani antichi è impossibile da negare. Dobbiamo anche dire – e a voce alta – che le nostre chiese hanno conservato la loro fede attraverso lunghi secoli in cui non hanno sempre avuto vita facile: hanno continuato a circondare i luoghi santi con la loro esistenza e le loro preghiere, e anzi hanno accettato la nuova realtà che era sopraggiunta dalla Penisola araba, benché loro malgrado, contribuendo alla costruzione della civiltà arabo islamica da subito e fino a oggi, in particolare nell’età del Risorgimento arabo (la Nahda) del diciannovesimo secolo. Due sono gli elementi che hanno permesso di conservare la fede cristiana lungo i secoli: la liturgia e l’educazione domestica. La liturgia perché essa, e gli inni religiosi in particolare, sono permeati dai dogmi e sono diventati una parte della vita quotidiana del popolo cristiano, in particolare nei tempi in cui esso era analfabeta. E la casa, perché è stata e continua a essere la prima scuola della fede.

Chiesa del Calvario. Quando dico Calvario dico la lunga storia impervia e dolorosa che le nostre chiese hanno conosciuto. Le chiese d’Oriente hanno continuato a prosperare fino alla conquista islamica (settimo secolo) e dopo di essa ancora per due secoli circa. A Umm Rasas vicino a Madaba ci sono i resti di chiese che risalgono alla fine del nono secolo. Da quel momento le nostre chiese hanno conosciuto una situazione nuova: sono diventate minoranza. Dei quindici secoli che le nostre chiese hanno vissuto con l’Islam alcuni sono stati positivi e altri difficili, soprattutto la fine dell’età abbaside, fatimide (969-1171), mamelucca (1250-1517) e infine ottomana (1517-1918). Nel succedersi di queste epoche, la percentuale dei cristiani arabi è gradualmente diminuita. È vero che l’Islam solo raramente ha costretto i cristiani a cambiare di religione sotto la minaccia della spada, ma la questione della jizya (il testàtico imposto ai non musulmani) e degli altri tributi, le restrizioni e l’effettiva discriminazione, in aggiunta alla povertà materiale, hanno fatto sì che il numero dei cristiani andasse riducendosi grandemente (erano l’80% nei primi secoli dell’Islam, il 50% al tempo delle Crociate, il 20% nel diciannovesimo secolo, oggi il 5%).

Malgrado ciò la Chiesa non è scomparsa. È vero che molti hanno lasciato il Paese e continuano a farlo, ma i cristiani che hanno perseverato nella loro fede hanno conferito a questa realtà un significato spirituale; l’hanno denominata “la Chiesa del Calvario”, cioè la Chiesa del dolore, dell’incomprensione e della croce – la pietra di scandalo di cui parlò il Vecchio Simeone; e il discepolo non è da più del suo maestro, come ha detto il Signore. Ma l’idea che le chiese cristiane nei paesi arabi siano “la Chiesa del Calvario”, per quanto bella dal punto di vista spirituale e dogmatico, è difficile da vivere praticamente, giorno dopo giorno. I cristiani sono minoranza in tutti i Paesi arabi e la loro percentuale oscilla tra il 10% in Egitto e l’l,2% in Palestina fino ad arrivare quasi allo zero nei Paesi del Maghreb. Vivere come minoranza per secoli crea una psicologia “minoritaria” che non è piacevole. La minoranza ha paura, la minoranza cerca protezione, la minoranza lusinga le autorità al potere perché le diano garanzie sulla vita, la minoranza esagera il minimo problema e lo ingigantisce, la minoranza ha paura d’impegnarsi politicamente, la minoranza preferisce vivere sui dolori degli altri e ha paura di scendere nello spazio pubblico o d’implicarsi nell’azione politica. E quando alcuni cristiani si coinvolgono nell’azione politica, lo fanno a partire da un’appartenenza partitica, non ecclesiale. (Permettetemi qui di dire una cosa che èsula dal testo). La ragione di questo stato di cose risiede nel fatto che la Chiesa araba non ha mai dato delle indicazioni ai fedeli in questo ambito. E qui bisogna dire che il primo capo spirituale ad aver parlato dei principi cristiani nell’impegno politico è stato il Patriarca Michel Sabbah, Patriarca di Gerusalemme dei Latini dal 1988 al 2008. Infatti la situazione politica, sociale e umanitaria nella Terra Santa interessava tanto il cittadino musulmano quanto quello cristiano, quantomeno per quel che riguarda la dignità dell’uomo e i suoi diritti fondamentali, senza considerare i riflessi sociali e materiali della situazione. Per questa ragione il Patriarca Sabbah ha avvertito che era suo compito chiarire quello che la fede cristiana aveva da dire in quella precisa circostanza storica. Lo ha fatto attraverso le sue lettere pastorali, i discorsi e le conferenze in Terra Santa e all’estero. L’insegnamento della Chiesa in Terra Santa, i principi che tale insegnamento comprende e le loro applicazioni pratiche a livello dei diritti e dei doveri, del diritto alla resistenza e del rifiuto della violenza, dell’attenersi ai diritti fondamentali denunciando l’ingiustizia e chiamando le cose con il loro nome nonostante tutte le pressioni, tutto questo la Chiesa della Terra Santa lo deve al Patriarca Sabbah (Fine della divagazione).

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chiesa cattolica
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