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Le rotte della disperazione e la fortezza Europa

© MC2 DANIEL BARKER / US NAVY / AFP
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Risultati deludenti su immigrazione e asilo al vertice europeo: se ne riparla il prossimo anno

"Bisogna porre fine ad un approccio basato sulla paura e sulla ricerca di sicurezza, che considera i migranti e i richiedenti asilo come potenziali pericoli": quante volte i responsabili di Caritas, Servizi per i rifugiati, associazioni di volontariato hanno ripetuto questa frase negli ultimi anni invocando un'accoglienza dei migranti a livello europeo degna del grande progetto politico che è alla base dell'Unione e anche di Paesi con una lunga storia di conquiste civili? Davanti all'ultima tragedia del mare a Lampedusa e alla morte di 366 migranti Papa Francesco ha espresso questa urgenza con una sola parola: "Vergogna". Eppure di queste tragedie se ne consumano ogni giorno, per mare e attraverso il deserto, e non sono al sicuro nemmeno quelli che riescono a tagliare il "traguardo" dell'arrivo in Europa, come ha dimostrato in Francia la storia di Leonarda Dibrani, la ragazza kosovara prelevata dalla polizia durante una gita scolastica ed espulsa insieme a tutta la sua famiglia.


La "manifestazione scioccante" di una politica di espulsione di famiglie che hanno figli in età scolare: così definisce la vicenda di Leonarda Geneviève Jacques, presidente della Cimade, un'associazione di solidarietà francese attiva verso i migranti, i rifugiati e i richiedenti asilo intervistata in “www.temoignagechretien.fr” del 28 ottobre. "Certo, il provvedimento preso rispetta la legalità – ha aggiunto Jacques -, ma è davvero legittimo considerando i diritti fondamentali?". Soprattutto considerando che bastavano pochi mesi per raggiungere la meta di cinque anni che in Francia permette la regolarizzazione delle famiglie i cui figli sono scolarizzati. D'altra parte quale espressione migliore di fiducia nelle istituzioni di un Paese quella di inserire i propri figli in un regolare percorso scolastico? Una brutta "pezza" è poi la proposta del presidente Hollande che Leonarda torni in Francia senza la sua famiglia: "come accettare il ritorno di questa ragazzina di solo quindici anni – sottolinea Jacques – , contravvenendo alla convenzione internazionale dei diritti del bambino che stabilisce che ogni minorenne ha il diritto di vivere con la propria famiglia?".

Sono frutti, appunto, di una politica della "paura". Alla Cimade, ha spiegato Jacques, si invita ad inventare una "politica di ospitalità", riconoscendo un “diritto alla mobilità” con una politica di visti di lunga durata che permetterebbero entrate molteplici e possibilità di andata e ritorno verso i Paesi del Mediterraneo. "E' un obiettivo a lungo termine – ha sottolineato Jacques -, ma che può essere costruito per tappe. Fino agli anni 70 la Francia concedeva lo status di rifugiato all'80% dei richiedenti asilo. Oggi ne rifiuta l'80%".

Il Consiglio europeo del 24 e 25 ottobre ha dedicato alla questione (La Croix 28 ottobre) gli ultimi quattro paragrafi delle venti pagine di conclusione del vertice, riservandosi di tornare sulle questioni dell'asilo e delle migrazioni "in una prospettiva più ampia e a più lungo termine" nel giugno 2014. Tre i principi affermati:  impegno ad accrescere la cooperazione con i paese d'origine e di transito “nell'ambito dello sviluppo e con una politica di ritorni effettiva”; miglioramento della sorveglianza delle frontiere sud-est dell'Unione Europea, grazie al rafforzamento dell'agenzia di controllo delle frontiere esterne, Frontex, e alla rapida attuazione di Eurosur, sistema di scambio di informazioni; lotta contro i trafficanti. Una “task force per il Mediterraneo”, incaricata dalla Commissione, dovrà definire delle “azioni prioritarie” che saranno svelate nel prossimo vertice a metà dicembre.

Sono rimasti in campo tutti i problemi, dal sovraccarico dei paesi mediterranei – ai quali in quanto paesi di arrivo spetta, secondo le norme europee la responsabilità dell'accoglienza -, alla quasi impossibilità per i candidati all'asilo di presentare una domanda in un'ambasciata di uno Stato membro dell'Unione nel loro paese, condizione che li forza a correre il rischio di un viaggio nella clandestinità. “Per chiedere asilo in Europa, bisogna essere in Europa, riassume Judith Sunderland, vicedirettrice per l'Europa di Human Rights Watch. “L'UE deve mettere in atto dei canali legali di richiesta d'asilo” (La Croix, 28 ottobre). I Paesi del nord Europa sostengono, non senza ragioni, che già accolgono un numero di rifugiati superiore ai Paesi del Mediterraneo: di fatto 95 mila domande d'asilo erano in corso di verifica in Germania il 30 giugno scorso, contro 50 mila in Grecia, 30 mila in Francia e 5 mila in Italia.

Mentre i governanti europei si barcamenano tra crisi economica ed esigenze elettorali senza riuscire ad imboccare politiche decisive nei confronti della mobilità umana globale, migliaia di persone continuano ad intraprendere disperati viaggi della speranza attraverso il deserto per arrivare a lambire il miraggio dell'Europa. Perchè, come continuano a ripetere i responsabili di Caritas, Servizi per i rifugiati, associazioni di volontariato, la spinta a cercare una possibilità di vita contro la morte pressochè sicura nei propri Paesi è più forte della paura di ciò che può accadere durante il viaggio.

"Mia sorella, che abitava là, mi ha ospitato: ho lavorato a Sabha per due anni" racconta a Matteo Fraschini Koffi, Abdullahi Abdurahman che ha attraversato il deserto del Niger arrivando mezzo morto in Libia (Avvenire 29 ottobre). Agadez, in Niger, è "una Lampedusa del deserto". "Non avendo, tuttavia, abbastanza denaro per andare in Europa, mi sono trasferito ad Agadez per la via legale – conclude Abdullahi Abdurahman. – Comunque, sarei disposto a rifarlo. Come si può vivere senza lavoro?".

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