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Insoddisfatto dal figlio, viene "rimborsato"

KonstantinChristian

La nuova Bussola quotidiana - pubblicato il 29/10/13

Condannati per colpa professionale medico e ospedale che non hanno informato i genitori sul rischio malformazione del nascituro

di Tommaso Scandroglio

Nel 2003 nasce all’Ospedale Riuniti di Bergamo un bambino affetto da spina bifida. I genitori non erano stati informati durante la gestazione che il nascituro avrebbe potuto soffrire di questa malformazione e dunque trascinano in giudizio ginecologo e ospedale. Il giudice Marino Marongiu della prima sezione civile del Tribunale di Bergamo qualche giorno fa dà ragione alla coppia e condanna in solido medico e struttura ospedaliera ad un risarcimento di circa 400mila euro. Intanto il ginecologo è morto ed è stata chiamata in causa la moglie perché non si sa bene se le colpe dei padri possano ricadere sui figli, ma quelle del coniuge sull’altro coniuge pare invece che sia cosa assodata.

Il magistrato ha deciso di condannare il medico perché, come si legge nella sentenza, è “mancata l’ordinaria diligenza professionale con la conseguenza che alla signora venne negata la possibilità di decidere riguardo all’interruzione della gravidanza”. I 400mila euro sono dovuti ai coniugi “in considerazione dell’impegno quotidiano e la pena per la continuativa assistenza fisioterapica e per il supporto alle difficoltà di natura psichica del figlio”.

Sentenze di questo tipo non sono nuove né in Italia e né all’estero: genitori che chiedono di essere risarciti per un figlio imperfetto e figli imperfetti che chiedono loro stessi di essere risarciti perché sono venuti al mondo.

Se andiamo a grattar via la vernice di ipocrisia che riveste questa vicenda giudiziale, la stessa vernice che ricopre abbondantemente tutta la legge 194, scopriamo che in realtà la soluzione che metterebbe d’accordo tutti – parte “lesa”, medico ed ospedale – è dietro l’angolo. Basterebbe – scusate il linguaggio crudo – eliminare il bambino, che oggi ha 10 anni. È naturalmente una provocazione, ma è anche questione di logica. A rigore i soldi richiesti sono per risarcire da una parte le cure mediche già sostenute e che sosterranno per curare il figlio e dall’altra la salute della donna compromessa dall’avvenuta nascita del figlio malato. Ergo è il bambino, nato per imperizia del medico che non ha permesso alla donna di decidere di abortire, che è la causa ultima del risarcimento, è lui in fondo il danno da liquidare. Infatti se fossero contenti del bambino nonostante la sua patologia perché chiedere il risarcimento? È l’esistenza di un bimbo “difettoso” che fa problema. Se il danno può essere eliminato in radice non ha più senso concedere il risarcimento, se non al massimo per le spese già sostenute.

Due ricercatori italiani, Alberto Giubilini e Francesca Minerva, lo hanno detto chiaro e tondo in un articolo “scientifico” dal titolo “Aborto post-natale: perché un neonato dovrebbe vivere?” (si veda l’articolo “Il sorriso beffardo di Re Erode” pubblicato su queste colonne): se è legittimo sopprimere un bambino nella pancia della mamma possiamo farlo anche una volta che è nato. Non si capisce il motivo per cui la madre ha diritto di vita e di morte sul figlio finché non è ancora nato e dopo invece non può più toccarlo.

Inoltre il risarcimento del danno certifica a livello giurisprudenziale che questo ragazzino di dieci anni è persona non gradita sul suolo italiano. Qui infatti non siamo in presenza di un risarcimento perché un medico ha causato una lesione alla salute di un bambino, bensì si risarcisce la lesione a quel “diritto” di scelta della madre di abortire precluso dall’imperizia del professionista. Concedere il risarcimento è come dire al bambino: “ahinoi non ti possiamo più sopprimere, è troppo tardi, e quindi ci accontentiamo dei soldi”. Una pezza all’esistenza di questa infelice creatura mal sopportata da tutti. Tra parentesi, ma non troppo: vallo a dire ora al figlio che loro, papà e mamma, avrebbero preferito abortirlo ma, dato che il cosiddetto aborto post-nascita non è ancora legale, purtroppo non possono che ripiegare su un equivalente pecuniario. Se adesso lo amano e sono felici che sia al mondo – e siamo certi che le cose stiano così – perché chiedere soldi per non essere stati messi in grado di accedere all’aborto?

Il giudice, nel motivare la sentenza, ha affermato che la donna poteva legittimamente decidere di abortire perché una tale patologia del figlio avrebbe di certo ingenerato un "grave pericolo per la salute psichica della donna che costituisce la condizione richiesta dalla legge per l’interruzione di gravidanza". Ma quale figlio che sta per essere dato alla luce non sarà motivo di ansia per la madre? Quale figlio non darà preoccupazioni ai genitori? Come essere sicuri poi che il figlio nato sano un giorno poi non si ammali gravemente? Il rischio di soffrire psicologicamente paventato dal giudice e dalla 194 è invece certezza per ogni genitore che ama.

Senza poi tener conto che ormai quasi tutti i genetisti sono concordi nell’affermare che ognuno di noi quando viene al mondo porta in se due o tre geni difettosi che prima o poi ci porteranno alla tomba. Una vera bomba ad orologeria che un giorno scoppierà, se prima ovviamente non veniamo investiti da un’auto o colpiti da qualche male incurabile. La soluzione potrebbe essere quella di chiedere un risarcimento a mamma e papà, posto che siano ancora in vita, dal momento che siamo nati difettosi. In subordine, se sono già morti, potremmo chiedere il risarcimento – come ha fatto il giudice – agli eredi. Peccato però che gli eredi siamo noi.

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