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Simone e gli altri: il rischio della "omofobia di ritorno"

© Andrey Shadrin

Chiara Santomiero - Aleteia Team - pubblicato il 28/10/13

Cantelmi: "dietro il suicidio o l'omicidio si cela sempre una lunga storia di sofferenza"

«L’Italia è un Paese libero ma esiste l’omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza»: sono le parole che un giovane di 21 anni, Simone, avrebbe scritto prima di buttarsi nel vuoto dall’undicesimo piano di un edificio di Roma. Un atto di accusa e un sentimento di frustrazione profonda legata all’essere gay, condizione ignorata anche dai genitori. Gli inquirenti stanno indagando per capire se il giovane fosse stato oggetto di discriminazioni o vessazioni da qualcuno. Quel che è certo è che, se confermate queste motivazioni, Simone sarebbe il terzo giovane che si toglie la vita per questi motivi nella capitale nell’arco di 12 mesi mentre le associazioni gay dichiarano che un omosessuale su 10 ha pensato al suicidio a causa dell’ostilità o della incomprensione dell’ambiente che lo circonda. Sono gesti dietro i quali si cela sempre una profonda sofferenza, come spiega Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta.

Cosa ci dicono questi episodi?

Cantelmi: Non sappiamo se Simone sia stato oggetto di discriminazione; quello che sappiamo, se è vero quanto riferito dai media, è che non sentiva possibile essere se stesso, in altri termini che sentiva la sua sofferenza  insuperabile. Questo è il punto: possibile che nessuno abbia la capacità di intercettare la sofferenza di persone come Simone? Certo possiamo scaricare sulla società ostile tutto il peso di alcuni drammi, ma non credo che le cose stiano così. Credo che il vero punto debole sia il fatto che molte sofferenze sono vissute in silenzio e che poi esplodano in apparenti raptus. Ma non si tratta di raptus: dietro c’è una lunga storia. Lo so che la strumentalizzazione politica del momento sposterà nel caso di Simone l’accento sulla società ostile e non sulla incapacità del sistema di intercettare la sofferenza individuale prima che esploda, in questo caso con un suicidio e in altri casi con omicidi.

C’è un atteggiamento omofobo nel nostro Paese? E se esiste, in che cosa affonda le sue radici?

Cantelmi: Credo che ancora esistano molte forme di esclusione dell’omosessualità, frutto di un pregiudizio che affonda le sue radici in una sorta di irrazionale paura della diversità, e credo che si stia affermando una sorta di "omofobia di ritorno", legata alla percezione di una sorta di dominio del politicamente corretto che toglie spazio ad un autentico e libero dibattito. Tuttavia nel complesso la società italiana sta effettuando un percorso irreversibile di inclusione, che a me pare estremamente significativo. Vorrei che fosse un percorso condiviso, privo di rabbiosità, di imposizioni o di strappi e che non suscitasse, appunto, quella che io chiamo "omofobia di ritorno". A mio parere i tempi sono maturi perchè questo percorso di inclusione, che ci riguarda tutti, possa giungere a compimento.

Lei ha scritto un libro su "Educare al femminile e al maschile": cosa significa? ci sono anche delle implicazioni legate al tema dell’omosessualità?

Cantelmi: Educare al femminile e al maschile significa rispettare le differenze di genere e riflettere su alcune ideologie omologanti che potrebbero essere fonte di una nuova forma di discriminazione; ma questo non c’entra con l’orientamento sessuale. E’ un dibattito in corso e io nel libro analizzo gli studi scientifici che riguardano il maschile e il femminile al di là dell’orientamento sessuale.

Con quale atteggiamento gli educatori, soprattutto i genitori, sono chiamati ad accogliere la manifestazione di omosessualità di un ragazzo perché questi possa non sentirsi respinto?

Cantelmi: Di fronte al manifestarsi di una diversità i genitori non possono che fare una cosa: amare i figli in modo incondizionato.

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