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Una nuova generazione di scrittori italiani

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Intervista con una delle rappresentanti della più giovane generazione, Elena Calogiuri

Sono giovanissimi, sono motivati, e ricevono scarsissima considerazione da parte delle case editrici, ma soprattutto non hanno né i complessi né i condizionamenti dei loro predecessori… Sono gli esponenti di una nuova generazione di scrittori italiani che, alle volte con meno di vent’anni, comincia a scalare la classifica dei più venduti.

Un caso tipico è Elena Calogiuri, 19 anni, che ha appena pubblicato “Joseph Haller. Storia di un poeta dimenticato” (Gruppo Albatros – Il Filo), un viaggio nella Londra del 1817 segnata dal genio del giovane John Keats.

L’incontro di Haller con Keats segnerà la sua esistenza che, travagliata da un’eccessiva sensibilità ed un ineguagliabile senso di umanità, lo condurrà ad una scelta drastica: il suo nome verrà eliminato per sempre dalla storia della letteratura.

Elena Calogiuri, appassionata di antichità, ci parla della sua visione della espressione letteraria.

Che cos’è per lei l’atto di scrivere?

Elena Calogiuri: Scrivere è il modo più concreto per conferire corporeità alle emozioni che un essere umano è in grado di provare. È un processo che insegna la consapevolezza di sé, della realtà che ci circonda e del mondo in cui noi la percepiamo. La bellezza della scrittura, a mio avviso, è paragonabile solamente all’atto di piangere per la gioia; quelle lacrime è come se fossero la felicità trasformata in liquido e stillata come gemme che, a differenza della scrittura, si dissolvono, come quasi ogni cosa in questa vita. La scrittura, invece, può vantare la speranza di essere ricordata per un po’ di anni, per un secolo o per due millenni.

Com’è nato il suo primo romanzo?

Elena Calogiuri: Dall’esigenza di prendere consapevolezza delle mie emozioni che albergavano nelle viscere, che mi turbavano, mi causavano il magone alla gola, mi facevano sentire contenitore di un turbinio che mi procurava ansia e malessere. Dovevo capire come i miei occhi guardano il mondo, come il mio cuore sente quello degli altri, quanta bellezza riesco a vedere nella realtà. Al terzo superiore, poi, il professore di Italiano mi scrisse come giudizio ad un compito in classe che dei passaggi erano pura letteratura. Da quel momento compresi di essere in possesso di uno strumento attraverso cui non solo posso esprimermi al meglio – come non potrei mai fare oralmente, quando la voce mi trema e l’ascoltatore ha teso l’orecchio aspettando con l’ansia di questo periodo storico che io finisca ciò che ho da dire per passare oltre – ma anche migliorarmi per poter migliorare gli altri, fermare un pensiero umano, frutto di questo tempo, come testimonianza, tra due secoli, che nonostante i computer, gli iPhone ed ogni altra diavoleria elettronica volta a una comunicazione immediata ma anche a supportare il sistema consumistico, materialistico, c’era ancora chi si prendeva del tempo per osservarsi, per domandarsi quale fosse il senso della vita, per vivere “producendo” fratellanza e amore verso il prossimo e non solo per produrre il danaro.

Quindi Joseph quanto ha di lei?

Elena Calogiuri: Tutto. La voglia di riscattarsi da un’origine “umile” oserei dire, l’esigenza di scrivere, l’amore vissuto in modo platonico, idealizzato e sofferto, la ricerca di un luogo da denominare “casa” e la sistematica delusione nello scoprire che ogni luogo che si visita è sempre meno “casa” rispetto al precedente; ancora l’esigenza di libertà, il modo di sentire la vita, di commuoversi per la bellezza della natura e per la vita in sé, le domande sulla morte e sul senso della giustizia, la fragilità. Joseph Haller è l’uomo che sarei stata, l’uomo che mi sento di essere.

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