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In che senso “annunciare la morte del Signore finché egli venga”?

Jeffrey Bruno

padre Angelo Bellon, o.p. - Amici Domenicani - pubblicato il 25/10/13

Significa che siamo impegnati a mostrare nella nostra vita gli effetti della morte e della risurrezione del Signore fino alla fine del mondo

Caro Padre Angelo,

non ho mai capito bene l’espressione “annunciare la morte del Signore finché egli venga”. In effetti alla fine della consacrazione eucaristica, cioè dopo la transustanziazione, l’assemblea dice annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta. Se in quel momento c’è stata la consacrazione, il Signore è lì presente in corpo, sangue, anima e divinità, e allora perché nell’attesa della sua venuta. Mi si dirà che attendiamo la  sua venuta definitiva ma questa attesa riguarda tutti momenti. Invece Paolo dice “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice annunziamo la tua morte, Signore, nell'attesa della tua venuta”.

Grazie se vorrà rispondermi
Diego

Caro Diego,

1. sì, è vero, il Signore viene in ogni momento. E per i singoli la sua venuta può essere definitiva in qualsiasi istante.

2. Ma l’interpretazione più appropriata è quella che fa riferimento al secondo ritorno di Cristo, alla parusia, alla fine del mondo. San Tommaso commenta: “finché egli venga: “cioè fino al suo ultimo avvento, per cui ci è dato di capire che questo rito non cesserà fino alla fine del mondo, secondo le parole di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20) e “non passerà questa generazione (cioè la Chiesa) senza che tutto questo venga compiuto” (Lc 21,32)” (In 1 Cor 11,26). San Paolo dunque garantisce che si tratta di un rito perenne, che non verrà mai meno, nonostante qualsiasi persecuzione.

3. Approfitto della tua domanda per ricordare il significato delle parole “Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore” (1 Cor 11,26). Ciò significa che la Messa è la perpetuazione del sacrificio di Cristo compiuto sulla croce sui nostri altari. E che questo rito non è una copia del sacrificio della croce, ma l’originale. È “il sacramento della passione del Signore”, dice san Tommaso (Commento al vangelo di San Giovanni, 6,52). Lo ripresenta con tutta la sua efficacia a nostro beneficio.

4. La realtà nascosta (il mistero) sotto le apparenze del pane e del vino è Gesù stesso vivo e vero, immolato, crocifisso per la vita del mondo così come è stato visto sul Calvario. È “il sacramento che contiene in sé il Cristo come vittima, sacrificio” (Ib.).

5. Ne viene di conseguenza che “tutti gli effetti della passione sono anche effetti di questo sacramento. Sicché questo sacramento altro non è che l'applicazione a noi della passione del Signore” (Ib.). Gli effetti della passione sono visibilizzati e significati da tutto ciò che accompagna la morte del Signore sul calvario (terremoto, spaccatura delle rocce, squarcio del velo del tempio, risurrezione di morti…).

6. In una parola questi effetti consistono nel distruggere oggi, nella nostra vita e accanto a noi, ciò Cristo ha distrutto con la propria morte e nel ripristinare la vita. Scrive San Tommaso: “Poiché, non essendo opportuno che Cristo rimanesse sempre con noi con la sua presenza visibile, egli volle supplirvi con questo sacramento. Perciò è evidente che la distruzione della morte, operata da Cristo con la propria morte, e il ripristino della vita, che Cristo ha causato con la sua risurrezione, sono gli effetti di questo sacramento” (Ib.). Pertanto noi possiamo distruggere mediante la celebrazione e la partecipazione alla Messa molte realtà brutte e peccaminose. Penso a relazioni peccaminose, ad inclinazioni al male, ad occasioni prossime di peccato…Nello stesso tempo possiamo ripristinare molte cose buone: vita di fede, fervore, ricostruzione di relazioni umane, efficacia nell’apostolato, esercizio di ogni virtù…

7. Tuttavia questi prodigiosi effetti non vengono prodotti “se non in coloro che si uniscono alla passione di Cristo mediante la fede e la carità” (Somma Teologica, III, 79, 7, ad 2) e cioè mediante lo sguardo fisso su Colui che viene trafitto e con il cuore colmo di tanti atti di carità, di amore soprannaturale per il Signore e per il prossimo.

8. Allora “annunciare la morte del Signore finché Egli venga” significa anche che siamo impegnati a mostrare nella nostra vita davanti al mondo gli effetti della morte e della risurrezione del Signore, distruggendo ciò che Cristo ha voluto distruggere con la sua morte e ripristinare ciò che Cristo ha voluto che fosse ripristinato mediante la sua risurrezione.
Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.

Padre Angelo

Tags:
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