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Siria: nel mondo musulmano, il genio della cristianità

James Gordon

Aiuto alla Chiesa che Soffre - pubblicato il 24/10/13

“Quando cristiani e musulmani vivono insieme in una regione particolare, non sono i cristiani che si chiudono, ma i musulmani che si aprono”, afferma il vescovo maronita Elias Sleman.

Il vescovo maronita Elias Sleman guida l'eparchia di Latakia, una regione costiera nella terra dei musulmani alawiti, che gestiscono il Paese e continuano a vivere pacificamente accanto a una popolazione cristiana di circa 45.000 unità.

L'area è meta dei siriani che fuggono dalle violenze; sia musulmani che cristiani, gli ultimi dei quali hanno lasciato Damasco, Aleppo e Homs (che fa parte dell'eparchia di Latakia) in gran numero e si sono rifugiati soprattutto in Libano.

Il vescovo Sleman sta visitando gli Stati Uniti per ottenere sostegno alla sua comunità locale, non solo per aiutare a far fronte alle necessità degli sfollati interni – il cui status, a differenza di quello dei rifugiati, li rende non idonei a ricevere gli aiuti delle Nazioni Unite –, ma anche per dare ai cristiani locali una possibilità di guadagnarsi da vivere con l'agricoltura. Vuole comprare bestiame e macchinari per le attività agricole e la produzione di formaggi.

“Se i cristiani non riescono a guadagnarsi da vivere qui se ne andranno, e la maggior parte di coloro che se ne vanno – soprattutto per andare in Occidente – non torna”, ha affermato, aggiungendo che “la loro presenza stabile qui e in tutto il Medio Oriente è fondamentale per il benessere della società musulmana”, servendo da indispensabile antidoto contro il fanatismo e l'estremismo.

In cima alla lista dei desideri del vescovo c'è anche la creazione di una residenza per ragazze che frequentano la scuola e il college a Latakia, un luogo che assicurerà ai genitori la sicurezza delle proprie figlie, la cui istruzione è fondamentale per il futuro della Siria. Il vescovo ha parlato con l'associazione Aiuto alla Chiesa che Soffre, un'istituzione caritativa cattolica, l'11 ottobre durante un soggiorno a New York.

Dopo due anni di combattimenti e tanto spargimento di sangue, qual è la sua visione di una formula per ristabilire la pace in Siria? Qual è il suo messaggio per il pubblico americano?

Vescovo Sleman: Bisogna compiere grandi sforzi per stabilire un dialogo tra il regime e gli elementi moderati dell'opposizione. I grandi protagonisti del mondo devono essere coinvolti seriamente ed esercitare una vera pressione sulle varie parti perché si arrivi al tavolo dei negoziati: l'America e i suoi alleati – la Francia, tutti gli europei, Israele; e la Russia, che deve esortare l'Iran e i suoi alleati. Fino ad ora non c'è stata una leadership reale. La grande sfida è il fanatismo religioso. È una questione molto delicata, ovviamente.

Il problema di tanti media è che non colgono veramente la situazione. La primavera araba è stata raffigurata come una chiara spinta per la libertà e la democrazia, ma i risultati attuali in Libia, Egitto e Yemen, ad esempio, mostrano altro. Per molti aspetti l'Occidente, incluse le sue Chiese, è poco informato, malgrado le buone intenzioni.

In questo momento in Siria bisogna dire che i ribelli moderati e gli islamisti hanno iniziato a lottare gli uni contro gli altri. Le maggiori potenze del mondo devono intervenire – ora – per evitare che la Siria piombi nel caos totale. Sono molto preoccupato per la situazione. Nonostante questo, continuo ad avere speranza – chiamatela una speranza sciocca, se volete, ma con Dio tutto è possibile.

Una delle enormi scommesse è la possibilità dei cristiani di restare nella terra in cui è sbocciata la loro fede.

Vescovo Sleman: Abbiamo bisogno della solidarietà dei popoli e dei Governi occidentali per assicurare la permanenza dei cristiani in Siria e in tutto il Medio Oriente. Non possiamo permettere che questa terra resti senza cristiani, perché la presenza cristiana aiuta i musulmani ad essere moderati. È quello che Giovanni Paolo II ha detto del Libano: “È più di un Paese. È un messaggio [della coesistenza di musulmani e cristiani]”. L'ambiente islamico beneficia dell'impegno della fede cristiana, che assicura, ovviamente, anche la nostra apertura al mondo musulmano.

È questo che voglio dire ai cristiani e ai cattolici americani. Per poter vivere davvero la mia fede sottolineo due pilastri principali – Dio, che è assoluto in cielo, e l'uomo, il cui valore è assoluto sulla terra. Toccando uno si tocca l'altro. Ogni tipo di fanatismo religioso è una rottura di questo rispetto fondamentale per Dio e per l'uomo. È questo il messaggio della testimonianza cristiana, la sua presenza nel mondo musulmano, che i cristiani in Occidente rendono possibile attraverso la preghiera e il sostegno materiale.

Non credo, ad ogni modo, che dovremmo contare su un costante aiuto economico – solo finché continuano i combattimenti. Alla fine, i cristiani locali devono trovare dei modi per diventare autosufficienti e poter così restare nel Paese. Dobbiamo trovare delle maniere per evitare che diventino dei rifugiati. La Chiesa locale cerca di giocare un ruolo fondamentale a questo proposito.

In Siria, e altrove nella regione, i cristiani e i musulmani hanno vissuto fianco a fianco per secoli.

Vescovo Sleman: Non posso e non voglio parlare separatamente di cristiani e musulmani. Abbiamo vissuto insieme in Siria per 1.400 anni. Perché non potremmo riuscire a vivere ancora insieme? È questa la grande domanda. Noi cristiani vogliamo restare, e i musulmani moderati vogliono lo stesso. Perché i jihadisti e i musulmani fondamentalisti vengono in Siria, e altrove, per insistere che questa coesistenza non è più possibile? Non dovremmo dividere Paesi e regioni in base a confini religiosi. È un grande rischio: un Paese con un'unica religione diventa estremista, provocando la guerra. La religione non deve essere usata come un pretesto per la violenza.

Non c'è quindi nulla nell'islam che sia fondamentalmente incompatibile con la tolleranza dei cristiani?

No. Lo ripeto, abbiamo vissuto insieme per 1.400 anni. L'Arabia Saudita è un discorso a parte. I Paesi islamici al 100% sono una storia diversa; lì i musulmani non sono stati costretti a trovare dei modi per vivere con i cristiani, non sono stati spinti ad arrivare a quella apertura. Ma in Siria, in Libano, in Giordania e così via abbiamo vissuto insieme per moltissimo tempo. In questi Paesi è difficile immaginare i musulmani che vivono senza i cristiani o viceversa.

Ci sono resoconti occasionali di musulmani che aiutano i loro vicini cristiani.

Vescovo Sleman: Accade anche il contrario. Alcune famiglie sunnite, ad esempio, hanno lasciato Aleppo e sono venute nella mia diocesi. Le suore le hanno aiutate, ed è stato detto loro: “Noi cerchiamo di uccidervi e voi ci date del cibo. Non vi dimenticheremo”. È stata la prima volta che quei musulmani incontravano dei cristiani, e hanno scoperto che questi credenti non erano quello che si aspettavano. Non possiamo permettere che queste esperienze non portino frutto. È straordinario. Possiamo vivere insieme. Quando cristiani e musulmani vivono insieme in una regione particolare, non sono i cristiani che si chiudono, ma i musulmani che si aprono. È l'ignoranza che ci fa aver paura dell'“altro”.

La nostra è una religione di missione – non è una religione che si chiude in se stessa. Non possiamo accettare la logica dell'uniformità; siamo per l'apertura; questo è il genio del cristianesimo.

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