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Come si spiega il disinteresse per il sociale nei giovani di oggi?

© Surkov Dimitri/SHUTTERSTOCK
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La “società globale” sembra generare persone sempre più individualiste

Da tempo i giovani sono diventati una preoccupazione nazionale, quasi un peso. Si susseguono le inchieste, si pubblicano studi di ogni tipo, si riuniscono commissioni, si elaborano piani – contro la droga, contro le gravidanze adolescenziali, per ridurre l'insuccesso e la violenza scolastici, per eliminare, o almeno attenuare, il vandalismo di strada…

Distacco giovanile

Man mano che questa preoccupazione per i giovani aumenta, sono sempre di più gli adulti, anche alcuni di coloro che si dedicano allo studio della gioventù, sconcertati di fronte a giovani apparentemente sempre più complessi ed ermetici.

Ci sono varie ragioni per spiegare questo fenomeno:

Sconcerto, in primo luogo, per l'immagine schizofrenica che riceviamo dai mezzi di comunicazione: da un lato il trattamento dei giovani e dei loro problemi in numerosi programmi televisivi e sui giornali, che in genere tendono a un approccio chiaramente negativo se non al catastrofismo; dall'altro, il trattamento commerciale del giovane, ad esempio nella pubblicità, nella quale si insiste su un'immagine felice, bella, ottimista, mostrando un giovane senza preoccupazioni, senza problemi, in estasi di felicità permanente e come modello per il resto della popolazione.

Sconcerto, in secondo luogo, per l'immagine distorta trasmessa da molti circoli del giovane come minaccia permanente. Oggi i giovani, afferma con dati terrificanti il sociologo nordamericano Mike Males, non sono altro che il capro espiatorio della società adulta. In base a questa prospettiva, i giovani sono i portatori di tutte le piaghe e tutte le grandi catastrofi sociali, creando un'angoscia permanente nella società adulta, che finisce per guardarli con timore.

Sconcerto, in terzo luogo, e in parte come reazione all'immagine precedente, per la concezione del giovane come vittima, diffusa soprattutto dai circoli accademici. Vittime dell'ordine sociale, degli adulti in generale e in particolare dei politici, degli esperti di mercato, dei giornalisti, dei genitori, dei professori… Vittime dell'economia, del mercato del lavoro o della casa… Vittime perfino della propria gioventù.

E infine sconcerto per la grande assenza degli stessi giovani, che si ritirano nel proprio mondo, riserva vietata alla grande maggioranza degli adulti.

Questo articolo tratta quest'ultimo aspetto: la scomparsa dei giovani, il loro allontanamento sociale, il loro disinteresse e l'apatia per tutto ciò che non fa parte del loro mondo.

Cercherò di affrontare la questione senza cadere, per quanto mi è possibile, in nessuno dei tranelli che ho appena citato, esplorando una per una le sfere sociali fondamentali: la fiducia sociale di base, la fiducia e partecipazione istituzionale, gli ideali e l'azione collettiva, inclusi la presa di coscienza ecologica e l'atteggiamento di fronte alla nuova comunità plurale e multietnica, fino ad arrivare alla loro tana, al calore del loro rifugio intimo, dove il giovane, come vedremo, sembra rifugiarsi da un mondo che non gli piace e che sembra temere.

Il fine della società?

Iniziamo con una breve riflessione sulle dimensioni e la trascendenza del tema che ci ha portati qui. L'espressione “il fine della società” non è affatto nuova, ma negli ultimi decenni è uscita dall'ostracismo riservato nelle scienze umane attuali alle visioni con una certa piega apocalittica.

Il passaggio da una società industriale a una postindustriale, insieme alla parallela trasformazione culturale della postmodernità, è accompagnato da un deterioramento accelerato delle condizioni sociali. È, secondo l'espressione coniata da Fukuyama, “la grande rottura” sociale: si indeboliscono i legami sociali, i valori comunitari si spezzano e inizia ad emergere un nuovo ordine sociale basato sull'individualismo strumentalista, che avvolge con la sua logica gran parte del tessuto sociale.

Le protagoniste indiscutibili di questa grande rottura sono le generazioni più giovani, cittadini privilegiati della postmodernità e figli, o anche nipoti, dei pionieri nello sciogliere gli ormeggi sociali. Negli ultimi anni, in parte su impulso dell'autore Francis Fukuyama, la paura quasi tribale della disintegrazione sociale si è vista trasformata in ipotesi di lavoro da parte di un gran numero di accademici.

Nel caso concreto dei giovani, vivere fuori dalla società non implica un individualismo radicale in cui tutte le forme sociali siano cancellate con un colpo solo. Al contrario, il piccolo gruppo, le comunità di sangue, di luogo e spirito, come le ha definite Tönnies alla fine del XIX secolo, recuperano vitalità tra loro in una strategia di arroccamento all'interno del gruppo primario.

E questo di fronte a una società che, alla vista di come si sta sviluppando il processo di globalizzazione e neocapitalizzazione delle relazioni, sembra corrispondere più che mai all'idea che Tönnies aveva in mente quando ha coniato la definizione.

La tendenza alla prossemica e al pragmatismo apprezzabile nella gioventù attuale fa pensare a un ritorno al tribalismo nel senso ampio esposto da Michel Maffesoli alla fine degli anni Ottanta. Il nuovo spirito tribale sembra aver esteso il suo significato al mondo giovanile al di là del neotribalismo di determinate sottoculture, generato intorno a simboli, gusti e affinità estetiche, inglobando ora tutti quelli che sono vicini, inclusa la famiglia.

Al giorno d'oggi, arroccato a livello sentimentale e strumentale nella sua piccola tribù, il giovane vive e convive nella società più vasta come turista sociale, muovendosi attraverso gli spazi in cui altri vivono, sempre schermato dal suo piccolo circolo, dalla sua famiglia e dagli amici, fortezza che gli renderà possibile l'incursione turistica nella società e che, come vedremo, non implica la scomparsa dell'individualismo, ma il suo nido più caldo.

Di Juan Mª González-Anleo Sánchez, sociologo, CES Don Bosco
Pubblicato sul nº 2.867 di Vida Nueva, 19-25 ottobre 2013

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