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La parola da ricordare nelle discussioni su Facebook: shalom

Melissa Krystel

Aleteia - pubblicato il 22/10/13

Per aiutare gli altri ad avvicinarsi alla verità ci vuole una sana netiquette e la cura delle giuste relazioni

di Cari Donaldson

Qualche giorno fa, un mio caro amico ha postato su Facebook qualcosa che mi ha gelato il sangue. Era un esperimento che considerava la popolazione globale attuale ed estrapolava scenari più ridotti e “maneggevoli”. Il mio amico, attraverso una serie logica di omissioni ed esclusioni, ha calcolato che per ogni persona della nostra popolazione attuale ci sono più di 2 ettari di terra. A suo avviso, si tratta di un dato “preoccupante”.

Ho subito risposto facendomi prendere dal panico e con ostilità. Lo conosco da anni e so che per entrambi le questioni ambientali sono primarie, e quindi vederlo partire sulla linea di quella che mi sembrava una tangente antiumana, “ci sono troppe persone”/“la gente è una piaga” mi ha fatto schiumare di rabbia e mi ha fatto temere per la nostra amicizia.

Poiché sono una persona sciocca e imprudente che deve imparare a tenere a freno la propria lingua (e nell’era dei messaggi di testo anche le proprie dita), ho sfidato questo pensiero. La gente non è il problema, ho affermato, lo è la distribuzione non equa delle risorse unita a una scioccante mancanza di gestione. Lui ha replicato. Io ho reagito. Il terreno era pronto per l’escalation e lo spargimento di sangue.

Ad ogni modo, dato che entrambi davamo più valore al benessere del nostro rapporto che a un concetto ambientale astratto e distante, abbiamo fatto un passo indietro, girando intorno alla spiacevole dissonanza delle nostre filosofie ambientali mentre facevamo tutto il possibile per mantenere intatto il nostro rapporto. Abbiamo condito con scherzi il nostro disaccordo, e il rispetto reciproco ci ha fatti chiarire.

Alla fine, nell’arco di un paio di giorni, attraverso messaggi su OGM, frammentazione dell’habitat, metodo socratico e comprensione cattolica della sussidiarietà, siamo riusciti a compiere un progresso. Stavamo entrambi scivolando verso quella che il mio amico ha definito “una descrizione di un quarto. Io sto descrivendo teste, e tu code”.

È stata una rivelazione. Se il mio impulso iniziale era stato liquidarlo come uno dei verdi antiumani che sarebbero felici di vedere tutta l’umanità (tranne loro) morta (e per lui pensare a me come membro della destra religiosa, che si affanna nel dare sale alla terra in nome di Dio), volevamo entrambi mettere al primo posto la nostra amicizia. È da lì che abbiamo iniziato a lavorare per trovare un punto in comune sulla questione.

Avendo felicemente constatato di essere in effetti sulla stessa linea, e visto che nessuno dei due doveva dichiarare l’altro “il nemico”, ho ricordato la natura della parola “shalom”.

Quando ero più giovane, shalom mi è stato spiegato in modo molto simile all’ugualmente misterioso aloha – una parola che significa sia “ciao” che “arrivederci”. Il mio parroco spiegò una volta durante un’omelia che shalom aveva un significato molto superiore al semplice saluto. Questa parola, disse, ricopriva uno spettro ben più profondo dell’esistenza umana, da “interezza” a “pace”, fino a “giuste relazioni”. È stata la prima parola che il Cristo Risorto ha rivolto ai suoi apostoli, torturati da senso di colpa, vergogna e paura mentre erano riuniti nel Cenacolo. “Giuste relazioni”, disse. “Pace e interezza”. Quella è stata la prima cosa. Poi sono venuti le indicazioni e gli insegnamenti.

Dio ha scelto trentatré anni specifici per camminare tra noi, e non c’è stato un solo momento di quel tempo prezioso che sia stato accidentale o senza significato. Il suo uso della parola shalom non è diverso, e quella dichiarazione di 2.000 anni fa è ancora significativa come lo è stata all’epoca per i suoi discepoli.

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