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Un’unica specie umana

Brent Danley
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Facchini: "l'importante per identificare l'umanità è il dato culturale"

L’uomo si è evoluto da un’unica specie: la conclusione si basa sull’analisi dei resti di un ominide scoperto a Dmanisi in Georgia e vissuto 1,8 milioni di anni fa. Lo studio pubblicato da Science è stato condotto dal gruppo coordinato dal paleoantropologo David Lordkipanidze, del Museo Nazionale Georgiano a Tbilisi, e ha messo in evidenza come nel fossile rinvenuto si trovino insieme caratteristiche fisiche appartenenti ad ominidi scoperti in Africa e datati circa 2,4 milioni di anni fa, insieme ad altri scoperti in Asia e in Europa e risalenti a un periodo compreso fra 1,8 e 1,2 milioni di anni fa.

E’ stato rilevato, ad esempio, che la mascella è come quella dell’Homo habilis, mentre le pronunciate arcate sopraccigliari sono dell’Homo erectus. Non di diverse specie umane, quindi, si tratterebbe, ma di semplice variazione di tratti fisici all’interno della stessa specie. Questo studio, come è stato affermato, riscrive la storia dell’evoluzione umana? Ne abbiamo parlato con mons. Fiorenzo Facchini, paleontropologo dell’Università di Bologna.

Cosa ci dice questo studio?

Facchini: Si tratta dello studio di un reperto che era stato trovato nel 2005 e che è il più completo tra quelli più antichi in quanto è datato un milione e 800 mila anni fa. Fornisce elementi molto interessanti perchè presenta caratteristiche che lo avvicinano sia all’Homo habilis sia a quelle successive. Gli autori ritengono che sia questa forma georgiana – in particolare il cranio n. 5 con mandibola – che quelle più antiche rinvenute in Africa appartengano a un’unica specie. Non ritengo sia del tutto appropriato l’uso del termine "specie" perchè è difficile individuare una specie in senso biologico – cioè una popolazione che ammette l’interfecondità – in un fossile. Ma si può parlare di un’unica radice, un unico ceppo dell’umanità. D’altra parte l’orientamento che ipotizzava l’esistenza di due o tre ceppi umani distinti in Africa e in Asia è stato da tempo superato proprio grazie al ritrovamento di reperti come quello georgiano che mostrano le affinità tra i vari ominidi.

Quali sono allora le conseguenze di questo studio?

Facchini: Non va enfatizzato. Nella paleontropologia la variabilità nelle popolazioni a volte viene accentuata così da parlare di specie diverse ma in realtà la variabilità all’interno della stessa popolazione a volte può essere maggiore che tra specie diverse. Questo studio conferma che la variabilità morfologica non va sottolineata e deve essere interpretata come quella che viene registrata nella popolazione umana di oggi. Lo studio può servire ad aggiustare il tiro: se qualcuno propendeva per il poilfiletismo – cioè l’esistenza di più ceppi dell’umanità e più linee evolutive – questo studio è un argomento che rafforza l’orientamento, peraltro già diffuso, verso il monofiletismo, cioè l’esistenza di un’ unica linea evolutiva. Si tratta di una ulteriore conferma all’idea di un unico ceppo umano affermata sia in paleontologia che in genetica.

La domanda più importante rimane però, come lei ha scritto, a quale stadio dell’evoluzione appare l’uomo in quanto tale, se a quello dell’homo habilis, erectus o altro. Questo studio aiuta?

Facchini: L’identificazione delle caratteristiche umane nell’ominide di Dmanisi può aiutarci ma se non ci si ferma al solo dato morfologico. L’importante è il dato culturale; se non ci fossero segni di psichismo umano inteso come capacità progettuale e di simbolizzazione, avrei dei dubbi ma sia per i reperti umani di un milione e 800 mila anni fa che per quelli di oltre due milioni ci sono documenti culturali che accompagnano il semplice tratto morfologico e questo è importante per identificare le radici dell’umanità.
 

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