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Tre ragioni per il grido di «vergogna» del Papa

Marcin Mazur/Catholic NewsUK
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Un esame di coscienza per l'oggi e per il futuro dell'umanità

C’è una parola, uscita dalla bocca e dal cuore di Papa Francesco con singolare energia, su cui mi sembra importante ritornare: quella che, visibilmente colpito, pronunciò nell’apprendere la notizia della tragedia nelle acque di Lampedusa, dove il naufragio di una delle carrette del mare, impiegate per l’attraversamento del Mediterraneo, provocò la morte di centinaia di profughi alla ricerca di un futuro degno della persona umana. Quella parola, non da tutti compresa, perfino malintesa o rifiutata, fu: «Vergogna!». Una parola forte, che mi sembra giusto approfondire per il messaggio decisivo che porta con sé. Poiché ci si vergogna o di qualcosa che si è fatto o di qualcosa che si dovrebbe fare e non si è ancora fatto.

Ci si vergogna comunque sempre e necessariamente nei confronti di qualcuno (come fa capire l’etimologia del termine, che deriva dal latino verecundia, da vereri, «aver rispetto», «riverire»). Mi sembra di poter cogliere nell’espressione del Papa almeno tre livelli di significato, capaci di aiutare la riflessione di tutti sulla sfida dell’immigrazione e sulla necessità di raccoglierla a partire dalla
dignità degli immigrati.

In un primo senso, la parola si riferisce al senso di colpa che tutti – nessuno escluso – dovremmo provare di fronte a simili tragedie. La motivazione di questa presa di coscienza è presto detta: se siamo tutti fratelli in umanità, la morte di centinaia di innocenti in fuga dalla violenza delle guerre e dal bisogno della povertà ci riguarda tutti. Chiudere gli occhi di fronte alle situazioni drammatiche, che sono all’origine dei flussi migratori, non solo non ci deresponsabilizza, aggrava anzi la nostra parte di responsabilità.

Il sistema di forte sperequazione che governa l’ordine economico mondiale, il semplice fatto che la mancanza di beni di alcuni giochi a favore del loro sfruttamento, e quindi dell’avidità e del benessere di altri, è colpa di cui dobbiamo prendere coscienza senza alibi e senza difese pregiudiziali. È come dire che il Nord del mondo deve vergognarsi della miseria di tanta parte del Sud del mondo e che – se non si metterà mano a una coraggiosa azione internazionale che intervenga sull’ordine economico mondiale – simili tragedie non potranno essere evitate. Sentirsi parte della famiglia umana vuol dire anche dar forza a quelle voci che chiedono una svolta nelle politiche economiche dei singoli Paesi e della Comunità dei Popoli. È tempo che l’Organizzazione delle Nazioni Unite si dia norme e strumenti che le consentano di agire efficacemente in questo ambito, anche con l’esercizio di un potere decisionale nei confronti dei singoli Paesi e delle relazioni fra di essi. E tempo che i Grandi della terra si facciano carico di decisioni che siano finalmente a favore degli ultimi, anche con sacrificio di egoismi nazionali.

Se in questo primo senso il termine usato da Papa Francesco è una denuncia delle responsabilità che coinvolgono tutti, in un secondo senso la parola costituisce un appello e uno sprone all’agire illuminato e responsabile di ciascuno. Chi prova vergogna per una colpa di cui prende coscienza, se vuole che le cose cambino, deve impegnarsi positivamente e attivamente al servizio della posta in gioco. Ognuno deve fare la sua parte, ai vari livelli: in modo particolare, l’Europa non può considerare Lampedusa una sorta di fortino dimenticato di fronte al "deserto dei Tartari". Se lo facesse, potrebbe trovarsi presto nell’amara condizione del personaggio centrale dello splendido romanzo di Dino Buzzati, sfidato all’azione quando ormai per lui è troppo tardi. Una politica di rimandi e di alibi, un agire da struzzi che chiudono gli occhi e calano il becco nella sabbia delle più svariate ipocrisie, non è degno della grande casa europea e dei valori di civiltà e di umanità di cui essa è stata portatrice nella storia, a cominciare da quello della dignità di ogni persona umana.

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