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Chen Guangcheng: l’aborto forzato ferisce la sacralità della vita umana

Holt Henry Publishing
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L'attivista per i diritti umani discute a Princeton la politica cinese del figlio unico e la repressione religiosa

I regimi totalitari sono la maggior minaccia per la civiltà umana, e la priorità numero uno del mondo libero dovrebbe essere la loro fine, ha affermato l’avvocato per i diritti umani cinese Chen Guangcheng in un discorso pubblico pronunciato all’Università di Princeton il 16 ottobre.

Chen, divenuto famoso a livello mondiale nel 2012 dopo essere sfuggito a un arresto nel suo Paese natale, ha pronunciato il suo intervento come neo Distinguished Senior Fellow in Diritti Umani presso il Centro William E. e Carol G. Simon sulla Religione e la Costituzione dell’Istituto Witherspoon.

L’attivista 41enne si è scontrato in Cina con le autorità sulla politica del figlio unico e sugli aborti e le sterilizzazioni forzati messi in atto per applicarlo. Ha iniziato a documentare abusi di questo tipo nel 2005 e ha organizzato class-action contro l’applicazione di questa politica da parte del Governo. Nel 2006 ha iniziato una condanna al carcere di quattro anni, dopo la quale è rimasto agli arresti domiciliari.

Non ha ammorbidito la sua posizione da quando è giunto negli Stati Uniti diventando per un anno fellow presso la Scuola di Diritto della New York University. Davanti al pubblico di Princeton, ha lamentato che la situazione sia cambiata poco da quando ha iniziato il suo lavoro.

“La cosa più sconfortante e che fa infuriare maggiormente è che, otto anni dopo, in Cina questo tipo di crimine disumano sistematico avviene in modo organizzato sotto la leadership del Partito comunista”, ha affermato parlando attraverso un interprete. “Alle 4 del mattino del 27 settembre, un gruppo di 20 funzionari della Commissione per la Pianificazione Familiare, 16 uomini e 4 donne, si è introdotto con la forza a casa di Zhou Guoqiang e di sua moglie Liu Xinwen, una coppia di Weifang, nella provincia dello Shandong, mentre stavano dormendo. Hanno buttato giù a calci la porta di casa, hanno immobilizzato Zhou Guoqiang e hanno trascinato sua moglie in ospedale per farla abortire. Un bambino di sei mesi è stato assassinato con un’iniezione letale nel grembo di sua madre. È più corretto dire che il bambino è morto per un sistema iniquo piuttosto che per un’iniezione letale. Pensiamo a come devono essersi sentiti i genitori quando hanno visto uccidere il proprio figlio senza poter far niente per evitarlo. Leggere questo resoconto mi riporta alla memoria le storie e le grida di quelle donne impotenti nel 2005”.

In un’intervista successiva, Chen ha affermato che la questione dell’aborto in Cina è diversa dalla questione relativa alla sua legalità negli Stati Uniti. “Vorrei sottolineare la questione dell’aborto forzato. Nella società cinese, l’impatto negativo degli aborti forzati è molto chiaro. Oltre a provocare un problema perché la popolazione invecchia e il tasso di genere non è equilibrato, è anche una questione di sottovalutazione della vita. Viene attuato così di frequente che il concetto dell’importanza o della sacralità della vita umana viene svilito”.

Nel suo intervento, Chen ha chiesto agli americani di esortare i rappresentanti eletti “ad applicare tutte le risorse e i mezzi per aiutare a porre fine all’iniqua politica del figlio unico e degli aborti forzati in Cina. Costringere le donne ad abortire i propri bambini è una violazione dei diritti umani universali. Calpesta i diritti delle donne, il diritto alla libera scelta, e anche il diritto sacro alla vita”. “Le organizzazioni giudiziarie e amministrative”, ha suggerito, “dovrebbero unirsi per stabilire un meccanismo deterrente per chi viola i diritti umani”, come istituire un database globale per chi si macchia di violazioni di questo tipo, inclusi i funzionari della Commissione per la Pianificazione Familiare complici degli aborti forzati.

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