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Lo sguardo di Dio non è quello del giudice implacabile

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Dimensione Speranza - pubblicato il 18/10/13

La vita cristiana può essere intesa anche come l’esperienza del soggiornare costantemente sotto lo sguardo benevolo di Dio

di Fausto Ferrari

Secondo il filosofo francese Jean-Paul Sartre, lo sguardo dell’altro ferisce, è pericoloso, uccide. «Attraverso lo sguardo altrui, io mi vivo come fissato in mezzo al mondo, come in pericolo, come irrimediabile». (1) Lo sguardo rappresenta una minaccia, fa sperimentare la vergogna, è «distruzione di ogni obbiettività per me». (2)

Le conclusioni di Sartre nella sua analisi riconducono ad una inconciliabilità di fondo: «L’altro può esistere per noi sotto due aspetti: se lo sento con evidenza, non riesco a conoscerlo; se lo conosco, se agisco su di lui, raggiungo solo il suo essere-oggetto e la sua esistenza probabile nel mondo; nessuna sintesi di queste due forme è possibile». (3) Queste riflessioni sartriane furono sviluppate negli anni Quaranta del secolo scorso, agli inizi dell’affermarsi della società dell’immagine. Oggi siamo perennemente sotto lo sguardo rappresentato dalle telecamere, dalle videosorveglianze, dagli obiettivi fotografici digitali. A nostra insaputa la nostra immagine, le nostre azioni e le nostre abitudini vengono registrate su supporti magnetici o elettronici. Anche per superare la soglia di una casa, di un palazzo, dobbiamo passare attraverso lo sguardo di un videocitofono. Ed il videotelefono, mentre ci permette di vedere le persone con cui stiamo parlando pur rimanendo lontani, al tempo stesso ci riconsegna ad un senso indefinito, ad un restare sottoposti ad una sorta di sorveglianza . Ma pure chi è continuamente sottoposto allo sguardo altrui – perché ormai proprio dell’immaginario professionale che si è sviluppato (vedi attori e personaggi dello spettacolo) – finisce con avere reazioni inconsulte nei confronti della continua invadenza di fotografi e paparazzi. Tuttavia, sembra che non possiamo fare a meno di restare sotto questo invadente, onnipresente sguardo elettronico.

Tempo fa un ragazzo particolarmente sensibile nei confronti di tutto ciò che era riconducibile alla sorveglianza mi faceva notare di continuo, quando ci capitava di essere per strada, le varie telecamere collocate nei più diversi punti della città. Alla mia osservazione erano oggetti che sfuggivano – ma non a lui. Questa continua estensione dello sguardo altrui, attraverso l’elettronica e l’informatica, produce sensibili cambiamenti sul nostro modo di vivere. Siamo sempre più attenti all’immagine che riusciamo a produrre sugli altri. E se oggi rischiamo di sentirci vivi soltanto quando la nostra immagine viene in qualche modo riflessa, al tempo stesso noi diventiamo i soggetti che si riproducono in una continua manipolazione poiché noi ci sentiamo continuamente costretti ad essere ciò che gli altri ci vedono. Risvolto in sé soffocante ed angosciante.

Sembra che oggi non possiamo più liberarci da questa sensazione. Il grande fratello diventa spettacolo, palcoscenico costruito per coronare l’invadenza delle telecamere nella vita quotidiana e privata, quasi forma di controbilanciamento all’invadenza a cui noi stessi siamo sottoposti, con l’illusione di renderci spettatori, «ad origliare ad una porta, a guardare dal buco di una serratura», (4) Diventiamo una massa di guardoni, ossessionati nell’usufruire le immagini degli altri – o, a nostra volta, nel continuo fornire le nostre immagini – ma ormai incapaci a comunicare direttamente, a saper sostenere l’incontro fisico, emotivo, esperienziale.

Nell’Occidente cristiano nel corso dei secoli è venuta affermandosi una rappresentazione di Dio raffigurata dall’immagine di un occhio inserito nel triangolo. Mentre il triangolo rimanda simbolicamente all’idea della Trinità, l’occhio vuole sottolineare la presenza costante di Dio. Tutte le cose restano sotto lo sguardo di Dio. A differenza dell’Oriente cristiano – che ha privilegiato la simbologia trinitaria nella rappresentazione apofatica dei tre angeli alle querce di Manre – l’immagine preferita dall’Occidente finisce col diventare un incombente, irrimediabile, onnipresente giudizio divino sull’azione umana. Molte persone confidano di sentirsi colpite da questa immagine. Ne hanno non solo timore, ma anche paura. Con questa immagine Dio diventa l’asfissiante, l’invadente, il limitante. È preferibile starne lontani, sottrarsi a questo sguardo, tentare di non essere visti. Dio invece che persona da conoscere diventa oggetto da cui stare alla larga.

Le esperienze umane dell’innamoramento e dell’amore ci offrono la possibilità di comprendere un’altra prospettiva del nostro essere in relazione con Dio. L’innamoramento e l’amore, infatti, ci permettono di far abitare la persona amata nel nostro cuore. Non è questione di vicinanza o di lontananza. Si avverte la presenza costante – nonostante l’assenza, la lontananza o, in un risvolto maggiormente particolare, la morte. Non ci si sente più soli poiché l’immagine di ciò che amiamo riempie le nostre giornate, ci accompagna in ogni situazione, ci abita. Si tratta di un’immagine che avvertiamo costantemente in noi, nella nostra coscienza. Ma al tempo stesso l’amore accresce in noi il desiderio che si manifesta nel bisogno di rivedere la persona amata, per averla accanto e goderne della sua presenza.

Ora, la vita cristiana può essere intesa anche come l’esperienza del soggiornare costantemente sotto lo sguardo benevolo di Dio. La bibbia ci offre le immagini simboliche dell’ombra, della nube, del nido d’aquila, della madre, dell’utero, delle penne e le ali, della mano, della tenda… Immagini che in genere ci restituiscono il senso della protezione, dell’avvolgimento, del calore, dell’appartenenza. Anticamente questa esperienza veniva resa nell’immagine del coram Deo.

Nella teologia protestante il coram Deo, l’essere davanti a Dio, è per l’uomo la rivelazione di Dio percepita nel suo estrincarsi. Diventa il fondamento di una prassi che è partecipazione umana alla gratuità di Dio. Ricorda Paolo nel suo discorso tenuto all’Aeropago di Atene che «in lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo » (At. 17, 28).

Possiamo allora capire l’importanza e la valenza di alcuni passi paolini. “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale ” (Rom 12, 1). “Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio ” (1Cor 10,31). “Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono ” (1Ts 5, 21). È difficile, in questa prospettiva, sostenere una separazione, una distinzione di valori . La vita nello Spirito permette al discepolo di vivere ogni dimensione della sua vita in una nuova prospettiva.

Lo sguardo di Dio non è quello del giudice implacabile, ma diventa l’orizzonte nel quale noi ci sentiamo coinvolti ed avvolti. Nel quale esprimiamo la nostra responsabilità di fronte a Lui, al suo creato e alle persone umane. «Ci preoccupiamo infatti di comportarci bene non soltanto davanti al Signore, ma anche davanti agli uomini» (2Cor 8,21). Nel quale iniziamo a percepire che tutto è santo o, almeno, tutto è grazia e non c’è necessità di dividere o di distinguere là dove lo sguardo di Dio abbraccia. Un senso di responsabilità che non ci porta a nascondere il male ed il peccato che alberga in noi ed intorno a noi, ma che ci permette di iniziare a riconoscerlo come tale per lasciarlo trasformare dalla grazia di Dio.

1) Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla , Milano, 1965, p. 339.
2)  Idem, p. 340.
3)  Idem, p. 377. Cfr. in particolare tutto il paragrafo dedicato al tema de Lo sguardo, pp. 321-377.
4) Idem, p. 328.

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