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La democrazia nell'islam, un'utopia conflittuale?

Hossam el-Hamalawy

María Ángeles Corpas - Aleteia Team - pubblicato il 18/10/13

Riflessioni circa il processo di secolarizzazione in Egitto e l'illegalizzazione dei Fratelli Musulmani

Il 23 settembre un tribunale del Cairo ha dichiarato l'illegalità dei Fratelli Musulmani, ha congelato i loro fondi e ha restituito alla confraternita lo status precedente alla rivoluzione del 2011. Una parte della società egiziana è rimasta fuori dalla vita pubblica, rendendo sempre più difficile la riconciliazione nazionale, soprattutto perché si è costruita la sua immagine identificandola con l'islamismo radicale. Il Governo ad interim ha lanciato un messaggio la cui eco risuona anche in Occidente: “la secolarizzazione è la chiave della democrazia”.

1. Dalla clandestinità alla clandestinità, passando per il Governo

Il 9 ottobre, il Governo militare ha proibito il ramo dei Fratelli Musulmani iscritta come ONG nel marzo di quest'anno. In pochi mesi questo gruppo è passato dal controllare il Governo ad esserne allontanato e a diventare opposizione costantemente mobilitata. La violenza urbana e la polarizzazione sociale stanno appannando la possibilità di un ritorno consensuale alla vita democratica.

Dalla loro fondazione nel 1928, i Fratelli Musulmani hanno avuto un ruolo rilevante nella vita pubblica egiziana, irradiando la propria influenza a tutto il mondo arabo. Dichiarati illegali nel 1954 durante l'era di Nasser, hanno vissuto una clandestinità più repressa che tollerata fino alla rivoluzione del 2011, una congiuntura che ha significato non solo la fine del mandato di Mubarak, ma anche quella di un gran ciclo della storia egiziana. I cittadini che gremivano piazza Tahrir dal “giorno della rabbia” del 25 gennaio avevano un obiettivo chiaro. A differenza di altre mobilitazioni come quella tunisina, volevano abbattere il regime simboleggiato dalla dittatura di Mubarak, dimessosi l'11 febbraio.

L'esercito, guidato da Tantawi, ha convocato elezioni dalle quali è uscito Presidente Muhammad Morsi, del partito Libertà e Giustizia, ramo politico dei Fratelli Musulmani. Il suo breve mandato (30-6-2012 – 3-7-2013) è stato caratterizzato dalle controversie, in particolare dalla riforma costituzionale e dal tentativo di rafforzare i poteri presidenziali. Ciò è stato considerato autoritario da una parte della popolazione, che temeva che la fratellanza applicasse forzatamente la propria visione dello Stato e della società a tutti gli egiziani.

Alcuni sussulti di protesta nel novembre e dicembre 2012 hanno preparato il grande scoppio del 29 giugno 2013. Si chiedevano le dimissioni di Morsi per revocare il suo mandato e orientare la rivoluzione. Il 3 luglio è culminato l'ultimatum delle forze armate comandate da Al-Sisi e un golpe ha aperto un altro interregno militare. In base a questi fatti, che visione dello Stato e della società temevano gli egiziani? Quale responsabilità ha avuto Morsi nella frammentazione della società? Che legittimità si può addurre per porre fine a un Governo eletto democraticamente?

2. La democrazia nell'islam, un'utopia conflittuale?

A seguito del golpe il Presidente deposto è stato arrestato, così com'è avvenuto a diversi leader del movimento, come la guida suprema Muhammad Badie. I Fratelli Musulmani hanno immediatamente definito il cambiamento un “golpe illegittimo”, avviando forti mobilitazioni in tutto il Paese, destinate al ripristino del Governo.

Gli scontri con la polizia e l'esercito hanno lasciato una scia continua di morti e feriti che non fa che rinfocolare il conflitto. Per le autorità non basta più evacuare accampamenti come quella di Rabaa. È stato compiuto un passo decisivo per lo status futuro dell'Egitto, che in realtà guarda al passato.

L'illegalizzazione del 23 settembre ha l'obiettivo di attaccare le ramificazioni sociali della fratellanza, non solo come partito politico, ma come movimento civile e ONG. La questione è di straordinaria importanza, visto che la confraternita si era fatta carico di numerose questioni assistenziali, disattese dallo Stato. Quest'opera decennale le ha conferito una grande capacità di penetrazione tra i più poveri.

Il divieto amministrativo del Ministero per la Solidarietà Sociale dell'8 ottobre conferma la tendenza delle autorità ad interim di identificare i Fratelli Musulmani con la violenza e il radicalismo. In altri termini, si approfitta di una congiuntura confusa per rendere irreversibile la separazione dal potere politico di questo movimento, che fin dalle sue origini ha preteso la costruzione di una società coerente con le sue radici culturali e religiose, una cosa che a livello politico si tradurrebbe in uno scontro con gli interessi geostrategici che riproducono il neocolonialismo sul mondo arabo. Una posizione che gli ha fatto guadagnare un'immagine estremamente negativa nel mondo occidentale.

3. L'esperimento egiziano, chiave per la relazione potere civile-religione

Possiamo concludere che l'equazione Religione-Stato è fondamentale per il futuro dell'Egitto. La reazione delle potenze occidentali si basa su un equilibrio delicato. Si dà al Governo ad interim di Adly Mansour la responsabilità di mantenere l'ordine pubblico senza eccedere nell'uso della forza, e allo stesso modo è imperativo il ritorno a una via di riconciliazione nazionale che riporti al processo democratico. Malgrado tutto, non c'è stata una condanna esplicita del golpe di luglio. La rappresentante della politica estera europea Catherine Ashton si è dichiarata “profondamente preoccupata per la violenza e il grave problema di polarizzazione e sfiducia”.

La via che conduce alla pace ha bisogno di un accordo di base, difficile quando le parti si demonizzano a vicenda, rifiutando l'idea che “l'altro” abbia una volontà democratica e sia rappresentativo del popolo egiziano. In questo senso, il fondatore della Società Averroè Murad Wahba ha dichiarato che in Egitto la democrazia inizia con il secolarismo alla maniera occidentale. Al contrario, i Fratelli Musulmani sono presentati come un gruppo avido di potere, bellicoso e che è necessario controllare per non tornare “al neolitico”. Una lotta tra una mentalità illuminata e il fondamentalismo tirannico.

Wahba ha ragione nel segnalare la necessità di scollegare le questioni religiose dal potere civile, per cui le categorie di “cittadino” e “credente”, senza essere incompatibili o escludenti, non sono esattamente equiparabili. Un atteggiamento che è stato inserito presto nel magistero della Chiesa cattolica mediante le encicliche di Leone XIII Inmortate Dei (1885) e Rerun Novarum (1891): distinzione senza separazione e collaborazione senza confusione.

Anche se istituzioni rilevanti in Egitto come la Chiesa copta o l'università di Al-Ahzar difendono una posizione conciliatrice, contraria alla violenza, e la polarizzazione, i settori governativi con cui si identifica Wahba esagerano nella criminalizzazione di tutto un settore della società egiziana collegato alla religione. Un'espulsione dall'ambito pubblico è incompatibile con i valori universali inerenti alla democrazia. È questo il sistema al quale il Governo uscito dal golpe vuole portare il popolo egiziano.

Questi fatti fanno sì che si debba stare attenti a quali soluzioni si articolano per risolvere il conflitto. Ci sarà uno Stato capace di far fronte alle necessità sociali fondamentali del popolo egiziano? Continuerà la spirale di violenza settaria? Si rispetteranno i diritti delle minoranze, in particolare dei cristiani copti? I Fratelli Musulmani si radicalizzeranno ancor di più? È possibile un Egitto libero con il consenso della maggioranza dei suoi cittadini e senza ingerenze esterne?

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