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Il pericoloso gioco di un matrimonio “io-io”

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Aleteia - pubblicato il 16/10/13

Nella relazione coniugale, il “noi” deve essere una realtà

di Juan Ávila Estrada

Io. Tu. Egli. Noi. Voi. Essi. Questo è l'ordine dei pronomi personali come ci hanno insegnato a scuola. È stato sempre chiaro che l'“io” guida la lista di tutti, e possiamo unirgli i rispettivi riflessivi “mi”, “me”. Nessuno potrebbe mai dimenticare che la lingua è chiara nel porre ciascuna persona che parla come principio di ogni relazione. L'“io”, afferma la filosofia, è fondamentale in qualsiasi relazione umana.

Cosa accade, però, quando quell'“io” incontra un “tu” e stabiliscono una relazione d'amore? È possibile che i pronomi continuino a mantenere quell'ordine insegnato dalla lingua? NO, non è possibile. Al contrario, diventa un attentato contro l'amore pensare che l'“io” continui a precedere gli altri pronomi; ovviamente si penserebbe che in una relazione d'amore, e più specificatamente tra due sposi, la cosa più importante sia il “tu”, ma non è nemmeno così. Il pericolo di un “tu” incondizionato e irrevocabile tra gli sposi è che l'“io” si diluisca a poco a poco fino a giungere all'annichilimento dell'identità e del principio di individualità e unità che c'è in ogni essere umano. Non esiste un “io” senza un “tu”, né un “tu” senza un “io”. Chiariamo un po' la questione: in una relazione coniugale, il pronome che è in cima alla lista di tutti è “noi”, perché in esso si troveranno inclusi i primi due, senza che siano mescolati o annullati, o disconosciuti, ma semplicemente unendoli in una relazione di oblazione e di donazione reciproca in cui entrambi iniziano a vivere con due cervelli e un solo pensiero. Strano, no?

Non si possono costruire relazioni tra gli sposi in cui ciascuno consideri che l'“io” o il suo rispettivo “mi, me” sia la cosa più importante di tutte. Ora è il “nostro” che viene ad arricchire la relazione e a darle una nuova dimensione. Non ci devono essere più il “mio” denaro, i miei problemi, il mio tempo, la mia vita; questo non è un linguaggio d'amore, ma di egoisti sposati che a un certo punto hanno pensato erroneamente che il matrimonio fosse fatto solo per un “sii tu MIA moglie”.

Siamo sposi, siamo una nuova famiglia, siamo una sola carne, siamo un progetto di Dio, uniti non solo dall'amore umano ma dalla Grazia del Signore, che avalla e benedice questo amore per renderlo soprannaturale. Qui non si tratta di morire a nulla (almeno non è un morire come lo interpretano molti erroneamente), ma di un nuovo vivere, di una nuova nascita, di un nuovo vocabolario, perché tra gli sposi tutto è nuovo. Chi non riesce ad assimilare adeguatamente questo fatto parlerà sempre come i single che non hanno imparato ad amare: “il/la mio/mia ragazzo/a, il mio orologio, il mio… il mio… il mio…”, e quando qualcosa non andrà bene l'altro esisterà solo per fargli ricordare tutto il danno che ha provocato o per non aver risposto alle aspettative.

Per sposarsi bisogna rivedere la lingua, ristrutturarla, ricomporla.

Il matrimonio non può essere costituito tra due “io-io”, perché le loro vite rimarrebbero unite, come nello yo-yo, da una corda corta e che non si può spezzare che li farebbe vivere tra alti e bassi o come un pendolo. Per quanto si possa essere bravi a giocare con lo yo-yo, per quanti giochi si sappiano fare con esso, resteranno sempre allo stesso posto e la corda si avvolgerà su se stessa in un eterno ritorno al nulla e al fastidio.

Il “noi” ha capacità di estensione, si apre alla vita, rivede sempre le proprie mete, valuta le sue strategie, ha capacità di inventiva, sa ricostituirsi ogni giorno, sa fare della routine un trampolino per maturare perché fa gettare radici; il “noi” non ha paura dei figli perché sa perfettamente che sono la conseguenza naturale della scelta di questo nuovo pronome. L'io-io o l'io-tu comportano il pericolo di chiudersi egoisticamente pensando solo al beneficio personale e alla comodità. Solo il “noi” permette un “egli” che si dice “nostro”; solo il “noi” concepisce la vita come un dono di Dio e come una materializzazione di quell'amore che è stato consacrato dal Creatore. Quando senti che il “noi” inizia a distruggersi, bisogna lottare per il “tu” perché l'“egli” sia preservato. In una crisi matrimoniale, i figli hanno bisogno di vedere che i loro genitori lottano per conservarsi a vicenda. Bisogna aver cura prima del coniuge (“tu”) senza trascurare i figli (“egli”). Se gli sposi sanno aver cura di sé come un “noi”, avranno tutta la capacità di curare gli “egli” della loro relazione.

Per tutto questo faccio una nuova proposta agli sposi cristiani: teniamo conto di un nuovo ordine tra i pronomi personali: noi, tu, io, egli, voi, loro.

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