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Tragedia di Lampedusa. Perego: "Tutelare i diritti dei migranti"

ITALIAN COAST GUARD PRESS OFFICE / AFP

Lucandrea Massaro - Aleteia Team - pubblicato il 10/10/13

Intervista a monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes

La tragedia, l'ultima in ordine di tempo, di Lampedusa richiama il mondo politico ad una riflessione e forse ad un ripensamento. Non sfugge l'uso della parola “vergogna” da parte del Papa in merito alla morte di almeno 210 persone. Altre 150 quelle disperse. Persone che attraversavano il Mediterraneo alla ricerca di una vita migliore, di una chance di sopravvivenza per se stessi e per la propria famiglia, da far arrivare tra qualche anno magari. I numeri dicono che è l'Italia a non saper (o voler) gestire il fenomeno.Nel 2011 la Germania ha ospitato 571.000 rifugiati; la Francia ne ha ospitati 210.000, il Regno Unito 194.000, la Svezia 87.000, i Paesi Bassi 75.000 e l’Italia 58.000. Questi dati ci mostrano che l’Italia ne ospita un decimo di quanti ne ospita la Germania e che il rapporto migranti-popolazione italiana è di uno a mille, contro i sette su mille della Germania. 
Per capire meglio il fenomeno della migrazione e le questioni legislative italiane, abbiamo raggiunto monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, organismo della Conferenza Episcopale Italiana che si occupa della pastorale dei migranti.

Monsignor Perego, la tragedia di Lampedusa è solo l'ultima in ordine di tempo, più volte – purtroppo – anche in passato abbiamo visto tragedie del genere. Il Papa ha richiamato al senso di "vergogna": cosa può fare e cosa fa la Chiesa italiana per soccorrere queste persone?

Perego: Attraverso Caritas e Migrantes, ma anche il mondo delle associazioni e degli istituti religiosi molte sono le azioni che la Chiesa in Italia ha realizzato e sta realizzando. L'informazione puntuale sul fenomeno migratorio e delle migrazioni forzate (rifugiati, tratta…), i suoi cambiamenti e aspetti nuovi, per superare un cultura e un'opinione pubblica carica di pregiudizi; la ricerca e l'approfondimento dei fenomeni (Caritas e Migrantes da oltre 20 anni curano un Rapporto sulle migrazioni in Italia); la formazione degli operatori pastorali e sociali; il coordinamento e la progettazione di servizi, in collaborazione con le istituzioni; la denuncia per una tutela dei diritti e dei doveri dei migranti; il sostegno alla cooperazione internazionale con progetti e presenze di oltre 10.000 missionari e operatori nel mondo; la condivisione di risorse delle comunità e anche dei fondi 8 per mille alla Chiesa. L'azione non va solo verso gli effetti di un fenomeno purtroppo debolmente e spesso ideologicamente governato, quale è la mobilità umana, ma anche alle cause: come va tutelato il diritto di ogni persona e famiglia a migrare, va tutelato il diritto di ogni persona e famiglia a vivere nel luogo dove è nato e cresciuto.
L'attuale legislazione che rende reato l'immigrazione clandestina, pone ad esempio i marinai di fronte ad un doloroso paradosso: trasgredire la "legge del mare" per non incorrere in quella del loro Paese, non soccorrere qualcuno in mare è dramma nel dramma. Bisogna ripensare secondo la Fondazione Migrantes questo aspetto? Può migrare per cercare una vita migliore essere un reato?
Perego:  Fin dal 2009, quando è stato introdotto per ragioni di sicurezza nel testo unico sull'immigrazione il reato di clandestinità ci siamo schierati contro la considerazione di reato di un fatto che è legato al diritto di ogni persona o famiglia, di emigrare per ragioni sia economiche che di tutela della vita – a fronte di una guerra o di una persucione politica o religiosa. Il soccorso in mare di chi è in difficoltà fa parte, poi, da sempre, indipendentemente dalla persona che si soccorre (criminale o fuggiasco…) della legge del mare da sempre! Pertanto non può essere giudicato reato un atto – l'ingresso senza un permesso di soggiorno – a prescindere dalla situazione della persona. Il diritto di regolamentare la migrazione deve confrontarsi con i diritti della persona e della sua famiglia, se non si vuole incorrere in un atto di violenza o di non tutela.
I CIE sono dei veri e propri "non luoghi" dove si resta in attesa anche per 18 mesi. Prigionieri di una condizione sospesa in cui – di nuovo – l'unica colpa è voler migliorare la propria condizione di vita o in certi casi salvarla. Come superare questa condizione?
Perego: I CIE sono luoghi della vergogna, perchè sono recinti senza alcuna tutela e accompagnamento delle persone. I tempi allungati della permanenza oltre che essere uno spreco inutile di denaro, sono un vero schiaffo alla dignità della persona. Ridurre i tempi dei CIE è richiesto anche dal nuovo regolamento europeo in discussione. Paradossalmente sono migliori le carceri, dal punto di vista della tutela della persona.
La trafila per il riconoscimento della cittadinanza è lunga per un immigrato regolare, dieci anni almeno, ma è nulla per chi in Italia è nato, cresciuto, ha cultura italiana, non parla magari nemmeno la lingua dei propri genitori, ma fino ai 18 anni non può essere cittadino. E' ragionevole aprire allo Ius Soli?
Perego: Affiancare allo jus sanguinis lo jus soli per l'estensione della cittadinanza alle persone nate o che hanno completato un ciclo di studi nel nostro Paese, riducendo anche i tempi a 5 anni per gli adulti, significa riconoscere da subito il valore aggiunto di una presenza nuova di bambini, ragazzi e giovani nel nostro Paese ed aiutare gli stessi migranti a sentirsi parte, partecipare alla vita del Paese. Contrapporre lo ius sanguinis allo ius soli è sbagliato, ma entrambi sono strumenti per la costruzione di una cittadinanza ormai 'plurima'.
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