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Il Sinodo sulla famiglia che vorrei

© Valentyn VOLKOV / SHUTTERSTOCK.com
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Con i vescovi in Vaticano invitare davvero le famiglie e non solo i loro problemi

Mi piacerebbe pensarlo intorno a una tavola, a condividere un pasto, in cui magari ognuno ha portato qualcosa per aiutare chi ospita. Mi piacerebbe pensarlo con la presenza dei bambini, che poi dopo "vanno a giocare di là" e "i grandi" parlano. E che la benedizione prima di iniziare la proponga e la guidi una coppia di sposi.

Fantastico un po’, ma solo un po’. Sto pensando al prossimo Sinodo straordinario sulla famiglia – "Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione" – che si svolgerà a Roma tra il 5 il 19 ottobre 2014. Un’occasione bellissima, che mi entusiasma.

Mi piacerebbe che la famiglia e il matrimonio, per essere davvero "soggetti" del discorso, per essere protagonisti, come si scrive nei documenti, non divenissero oggetto di riflessioni e decisioni figlie solo della preoccupazione.

La questione dei divorziati risposati, urgente soprattutto per le persone che vivono questa condizione, o anche di riflesso le implicazioni di novità sul celibato dei sacerdoti, se messe troppo in cima alla lista delle priorità, rischiano di confermare uno stereotipo strisciante che non amiamo divulgare nella Chiesa: ossia che, in fondo, questi pazzi che si sposano e loro famiglie sono un po’ una scocciatura, un intralcio.

E invece no! Alcuni, anche tra vescovi e sacerdoti, stanno scoprendo che la Chiesa ha bisogno degli sposi, del loro matrimonio e della loro famiglia. E non solo come santino da metter lì ogni tanto, che fa tanto cattolico; o come manovalanza "laica" quando serve e come capita, ma persino come guida e maestra su alcuni sentieri, vecchi e nuovi.

Mi limito a due idee sul sinodo che vorrei.

Per "difendere" la famiglia ed elevare davvero il matrimonio a vocazione complementare, come ha ricordato il Papa ad Assisi e affermato nel Catechismo, è ormai improrogabile un’impostazione vocazionale delle comunità cristiane, a 360 gradi. Dove si investa nella formazione, nel discernimento dei giovani e nel successivo sostegno alle coppie, tanto quanto avviene per religiosi/e e sacerdoti. Che poi è molto probabile che in una pastorale così esca fuori un gran bel prete da un gruppo di giovani coppie; o un matrimonio felice da uno o due che si pensavano, sognanti, come missionari in Brasile. I numeri non saranno forse quelli da adunata oceanica, ma c’è il caso che siano persone che hanno davvero risposto a una chiamata di Dio. E che stanno bene.

In secondo luogo, importare nelle comunità cristiane uno dei carismi proprio degli sposi e della famiglia: saper fare casa. Cari vescovi e parroci, lasciate agli sposi suggerire come pensare i tempi e gli spazi delle comunità cristiane, non solo quelli della segreteria parrocchiale o del corso di preparazione al Battesimo.

E lasciate che gli sposi, che vivono nel mondo, vi indichino cosa e chi guardare fuori dai confini della parrocchia e vi aiutino: ci sono tante solitudini e tanti sogni che meritano ascolto e che non bazzicano i sagrati oppure hanno smesso perché si sentono inutili in parrocchie già "occupate". Bisogna investirci però. Che poi magari ce li ritroviamo alla fine in fila alla mensa Caritas o davanti al giudice per la sentenza di divorzio.

E a qualche coppia più matura e disponibile, magari, proponete di fare comunità con uno o più sacerdoti: che anche loro hanno bisogno di comunità e di famiglia.

Immagino case accoglienti con l’odore del sugo. Case con la porta aperta ma anche spazi di intimità e di ascolto. Case senza l’obbligo delle buone maniere a tavola e senza il salotto buono da "guardare e non toccare". E possibilmente senza pettegolezzi.

Sarà un bellissimo Sinodo. Lo sento.

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