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Francesco: non un simpatico sprovveduto ma un papa pericoloso

© NELSON ALMEIDA / AFP

Papa Francisco na catedral do Rio de Janeiro, dia 25 de julho de 2013

Giuseppe Savagnone - Tuttavia - pubblicato il 10/10/13

Questo papa coniuga il realismo e l’elasticità dei grandi missionari gesuiti e lo spirito di povertà e di semplicità del santo di Assisi

Papa Francesco fa sul serio. All’inizio molti lo avevano considerato un simpatico sprovveduto, un ingenuo gaucho piovuto in Vaticano dalle pampas argentine con una mentalità e uno stile un po’ troppo immediati, che avrebbero dovuto, col tempo, adattarsi progressivamente alle logiche inesorabili dell’istituzione. E invece si sta cominciando a capire che i sorrisi, i gesti di umanità, le scelte niente affatto convenzionali di questo pontefice, non sono folklore religioso, ma veicolano una precisa strategia pastorale, il cui obiettivo è – nientemeno – di cambiare la Chiesa.

A scanso di equivoci, nessuno può dubitare della piena conformità di Francesco alla tradizione dottrinale, morale e spirituale del cattolicesimo. È il modo di tradurla in comportamenti e parole che risulta nuovo, sorprendente, per alcuni (i più) affascinante, per altri inquietante. Questo papa coniuga il realismo e l’elasticità dei grandi missionari del suo ordine – capaci, nel Seicento e nel Settecento, di calare il Vangelo nelle forme culturali dei popoli dell’Oriente e dell’America latina (e oggetto, perciò di aspre critiche e di condanne da parte degli altri cristiani)  – e lo spirito di povertà e di semplicità del santo di cui ha voluto portare il nome, che rimane nella nostra tradizione quello forse più vicino al modello di Cristo. Da qui una strana, efficace sintesi, di sapore evangelico: Francesco è prudente come un serpente e semplice come una colomba (cfr. Mt 10,16).

Da qui una straordinaria apertura mentale che, senza minimamente indebolire i princìpi, li declina però in sintonia con le esigenze della nostra cultura e della nostra società, rendendoli immensamente più comprensibili e accettabili di quanto non fossero nelle rigide formulazioni finora in uso. Da qui anche la capacità di compiere gesti simbolici di grande forza evangelica, in sintonia con la sensibilità della gente, che è in grado di capirli e di apprezzarli.   Per esempio quelli relativi alla povertà. Sia le scarpe rosse di Benedetto che quelle di Francesco, ordinarie e perfino un po’ scalcagnate, sono simboli: le prime lo erano dello Spirito santo che muove i passi del pontefice, le seconde della condivisione della vita delle persone comuni, soprattutto dei poveri. Ma nessuno capiva il simbolismo delle prime, mentre tutti hanno percepito quello delle seconde.

Alcuni – e non sono pochi – masticano amaro e definiscono tutto questo “populismo”. Ma Francesco è soltanto un papa che ha capito che era urgente ridare alla Chiesa come istituzione  un volto che assomigliasse di più a quello di Gesù. O era populista anche Gesù? Del resto, la parola d’ordine dell’attuale pontificato è il ritorno – vero, non soltanto proclamato – al Concilio. La Chiesa che, invece di presentarsi come una fortezza o un carro armato, su cui sventolare la bandiera dei “valori non negoziabili”, si spoglia della sua armatura per condividere «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et spes, n.1), prendendo le distanze dai potenti e chinandosi sui piccoli, è quella disegnata dal Vaticano II. 

Come lo è la figura del papa in quanto «vescovo di Roma», attento ad esercitare la sua autorità in uno stile di sinodalità reale con altri vescovi, invece di considerarli come suoi dipendenti. Come lo è una Chiesa che riesce a parlare con i lontani ascoltandoli (senza per questo rinunciare a dire la propria parola), sul modello di ciò che è avvenuto recentemente nella corrispondenza tra Francesco ed Eugenio Scalfari sulle colonne di «Repubblica», accessibili a un vastissimo pubblico che non avrebbe mai letto, in tutta la sua vita,  il documento di un papa.

E ci accorgiamo con stupore che questa Chiesa istituzionale può non essere la barriera tra Cristo e la gente, come è stata per tanti anni quella che al Concilio si appellava spesso, ma più a parole che con i fatti. La Chiesa, così come la interpreta papa Francesco, sta tornando ad attirare tanti che se ne erano allontanati e  ad entusiasmare tanti altri che ci erano rimasti dentro, ma soffrendo e in una situazione di marginalità.

Gli scontenti dicono che prima o poi questo papa dovrà pur prendere posizioni impopolari.  Lo ha già fatto! Ma con la precisazione da lui stesso espressa nell’intervista alla «Civiltà cattolica»: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione».

E, ancora più a monte: «L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus (…) La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali (…) L’annuncio dell’amore salvifico di Dio è previo all’obbligazione morale e religiosa. Oggi a volte sembra che prevalga l’ordine inverso».

Sì: la morale deve essere una conseguenza dell’annuncio della gioia e della speranza portate dal Vangelo. Guai a confonderla con esso. Lo pensavamo in tanti. E siamo felici che ora lo dica il sommo pontefice. È un discorso pericoloso? Grazie, Signore, di averci dato questo papa “pericoloso”.

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