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La bellezza dell’amore salverà il mondo

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Forte: sperare è credere che una tale bellezza ci sia e che si rivelerà al momento opportuno

La Basilica di Santa Maria in Trastevere era gremita al mattino di martedì scorso, 1 Ottobre. Una folla attenta, fra cui tantissimi erano i giovani, seguiva il dialogo sulla speranza promosso dalla Comunità di Sant'Egidio nell'ambito dell'incontro delle religioni per la pace. Intervenivano due Arcivescovi cattolici, Vincenzo Paglia e chi scrive, e due noti uomini di cultura, Giuliano Amato e Eugenio Scalfari. Particolarmente abile il moderatore, Aldo Cazzullo, giornalista attento ai dialoghi che s'intrecciano fra i mondi culturali e spirituali del nostro Paese. A interessare era anzitutto il tema: il futuro è sfida che ci riguarda tutti, perché nessuno può sottrarsi alla domanda personale e collettiva sul dove stiamo andando e sul dove vorremmo andare.

Riprendendo l'interrogativo che ne «L'Idiota» di Dostoevskij il giovane "nichilista" Ippolit, prossimo a morire di tisi a vent'anni, pone al Principe Myskin – «Quale bellezza salverà il mondo?» -, si potrebbe dire che sperare è credere che una tale bellezza ci sia e che si rivelerà al momento opportuno, motivando sin da ora la passione e l'impegno per ciò che è possibile e giusto. Sulla base di questo comune orizzonte di senso si sono profilate nel dibattito tre posizioni, che mi paiono rappresentare in maniera significativa le anime del nostro presente, davanti alle quali siamo tutti chiamati a deciderci.

La prima è quella che riconosce nella speranza una proiezione in avanti delle possibilità dell'umano, una sorta di anticipazione militante dell'avvenire, riposta nelle nostre mani. È la visione moderna, il progetto dell'emancipazione da ogni dipendenza, legato alla nascita dell'uomo adulto della scienza e del progresso. Benedetto XVI nell'Enciclica Spe salvi (2007) lo presentava così "La speranza, da Bacone in poi, riceve una nuova forma. Ora si chiama: fede nel progresso" (n. 17). È fede nell'uomo, inteso sia nella sua singolarità, che nell'impegno colletti vo per il cambiamento sociale e politico: "Il progresso verso il meglio, verso il mondo definitivamente buono…viene da una politica pensata scientificamente, che sa riconoscere la struttura della storia e della società e indica così la strada verso la rivoluzione, il cambiamento di tutte le cose" (n.20). Di questa visione si è fatto interprete Eugenio Scalfari con l'acume che lo caratterizza: in un'appassionata apologia dell'umano, il grande giornalista ha dato voce al sogno emancipatorio, testimoniando una fede nell'io tanto ammirevole in una persona vicina alla novantina, come lui stesso ha ricordato, quanto inevitabilmente messa in discussione dai fallimenti storici dell'ideologia moderna e dalle esperienze del limite e della fragilità, che tutti prima o poi facciamo.

Ben consapevole di quest'orizzonte di finitudine mi è parsa la posizione di Giuliano Amato, che ha offerto una lettura del reale e delle sue attese di speranza non distante dalle tesi proposte da Jürgen Habermas con la sua teoria dell"'agire comunicativo": rispetto al semplice agire strumentale, che punta a finalizzare ogni cosa all'interesse di alcuni, l'agire comunicativo tende a stabilire rapporti che – puntando all'intesa più ampia possibile – operino per la costruzione di cammini comuni e il raggiungimento di beni condivisi dai più. E vero che Amato ha messo in luce anche l'altra faccia della medaglia, e cioè la crescita del tasso di ostilità nelle relazioni umane, specialmente nei confronti dell'esperienza religiosa, ma il suo sincero riconoscimento del valore in sé delle religioni, il netto rifiuto dei cascami anti-spiritualistici dell'Illuminismo e di ogni concezione che riduca la scienza a empirismo, hanno mostrato come nella complessità del presente una via di speranza percorribile possa essere proprio quella della ricerca di larghe intese, non solo in senso politico, ma ancor più nel più vasto campo della convivenza civile, ai vari livelli dell'esperienza umana, fra i gruppi sociali e nei rapporti fra le nazioni. Questa comprensione della speranza resta tuttavia nei confini dell'umano, tanto esposta ai rischi del sogno emancipatorio, quanto fragile a causa del debolismo relativista cui potrebbe indurre.

La terza visione di ciò che possiamo sperare si radica nell'idea teologica e nell'esperienza vissuta della redenzione. La salvezza sperata non è solo un fiore della terra, spuntato grazie alla fatica dell'uomo, ma è dono dall'alto, preparato e atteso, eppure sempre sorprendente e irriducibile a ogni calcolo umano. La parabola della "via moderna" mostra come una speranza umana, solo umana, non abbia prodotto maggiore libertà, uguaglianza e fraternità, e sia anzi sfociata nell'inferno dei totalitarismi, dei genocidi e dei conflitti mondiali, in cui l'altro è stato ridotto ad avversario da eliminare o a semplice "straniero morale" da ignorare. Non diversamente la tecnica e la scienza si sono rivelate fallaci nelle loro pretese assolute. Insomma, "non è la scienza che redime l'uomo. L'uomo viene redento mediante l'amore. Ciò vale già nell'ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa l'esperienza di un grande amore, quello è un momento di redenzione che dà un senso nuovo alla sua vita" (Spe salvi, n. 26). La speranza, dunque, non è qualcosa che possiamo gestire con le nostre sole forze, è invece Qualcuno che viene a noi, trascendente e sovrano, – libero e liberante per noi. Di questa speranza abbiamo tutti bisogno.

Osserva Papa Francesco: "Si può vivere schiacciati sul presente? Senza memoria del passato e senza il desiderio di proiettarsi nel futuro costruendo un progetto, un avvenire, una famiglia? È possibile continuare così? Questo, secondo me, è il problema più urgente che la Chiesa ha di fronte a sé" (intervista a Eugenio Scalfari). La speranza è relazione con l'altro che ci ama e da amare, rivelata e donata nel Verbo fatto carne per noi. Il Dio dell'ideologia è possesso: il Dio della speranza si offre a noi sempre nuovo, Dio della misericordia e della promessa, rivelato e nascosto. La speranza in Lui è affidabile, perché fondata nell'amore infinito che solo vince l'ingiustizia, l'infedeltà e la morte, impossibile alle sole nostre forze, reso possibile dalla Sua grazia.

Sperare in questa luce è stare sulla soglia fra il già e il non ancora, protesi verso il futuro, aperti ad accogliere il dono che l'Eterno ci fa di sé. Di questa speranza, che ci fa amare la terra aprendoci al tempo stesso ai beni del cielo, si fa voce instancabile Papa Francesco, specialmente parlando ai giovani: "Non lasciatevi rubare la speranza!". Il Suo è un appello tanto più accorato, quanto più è consapevole di come sia necessario avere una speranza affidabile per vivere pienamente la vita. Chi non si lascia rubare la speranza sa riconoscere – dovunque si compia – l'affacciarsi della bellezza, testimoniata da Myskin a Ippolit col semplice gesto della sua prossimità: la bellezza dell'amore che salverà il mondo!

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