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Ora è il papa Francesco che si reca dal poverello di Assisi

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Papa Bergoglio andrà in pellegrinaggio ad Assisi il 4 ottobre, festa di San Francesco d'Assisi patrono d'Italia

Era un giorno di primavera quando circa ottocento anni fa (1209) Francesco d’Assisi (1182-1226) si presentò a papa Innocenzo III per chiedergli il «permesso» di vivere il Vangelo. Fu quella la «grazia delle origini» francescane. Sì perché, come accadde a Francesco d’Assisi, ci si innamora davvero solo a primavera oppure in autunno. Cioè quando in quell’angolino dell’Umbria ogni colore, ogni alba e tutti i tramonti spingono a capire che si esiste nel tempo per l’eternità. E che una scelta fatta «per sempre» – alla pari di Francesco – rende davvero felici.

In quest’anno 2013, invece, accade esattamente il contrario e, in un certo senso, per la prima volta: è il Papa, il primo ad essersi imposto il nome di Francesco, che «ricambia la visita» recandosi in pellegrinaggio sulla tomba del Poverello di Assisi, di cui, fin dagli inizi del Pontificato, ne sta ripercorrendo coraggiosamente – dalla sua posizione – le orme. Otto secoli or sono stava germinando nella Chiesa la vita francescana con la prima Regola di San Francesco, il cosiddetto suo «proposito di vita». Si trattò della presentazione, fatta appunto nel 1209, di un modello di esistenza evangelica pura, intuito dal Poverello di Assisi, a papa Innocenzo III per ottenerne l’approvazione. Infatti, in quella che viene chiamata ufficialmente la «prima Regola» composta nel 1221, Francesco scrive nel prologo queste parole: «Questa è la vita del Vangelo di Gesù Cristo che frate Francesco chiese che dal signor papa Innocenzo gli fosse concessa e confermata. Ed egli la concesse e la confermò a lui e ai suoi frati presenti e futuri» (Fonti Francescane 20042, n. 2). È possibile, tuttavia, presumere con buona probabilità che la «vita del Vangelo» che Francesco presentò a papa Innocenzo, avesse trovato ispirazione in un evento che si era verificato verosimilmente nella primavera del 1209, quando Francesco già praticava un’esistenza basata sul Nuovo Testamento, meditando quotidianamente con la Sacra Scrittura.

In quel tempo alcuni giovani di Assisi, Bernardo da Quintavalle e Pietro de’ Cattani, attratti dal suo esempio, pensarono di unirsi a lui divenendo, così, i suoi primi due discepoli. Dissero a Francesco: «D’ora in poi desideriamo vivere con te e fare ciò che tu fai. Dicci, quindi, cosa dobbiamo fare di tutto ciò che possediamo». Francesco rispose lietamente: «Andiamo presto domani mattina alla chiesa e aprendo il libro dei Vangeli chiediamo ispirazione a Gesù Cristo» (Fonti Francescane 20042, n. 2, n. 601). Si recarono, quindi, alla chiesa di San Nicolò e, dopo una breve preghiera, aprirono tre volte il Messale che conteneva i Vangeli, chiedendo a Dio di confermare il loro progetto di vita. I testi delle Scritture che emersero in quell’occasione divennero la base della Regola di san Francesco e diedero inizio al «movimento francescano» nell’ambito della Chiesa, costituendo, così, il terreno comune e fecondo delle future varie famiglie francescane. Il fatto, poi, che la Regola sia stata approvata con una «bolla pontificia» costituisce un evento unico nel suo genere: indica, in sostanza, che la Chiesa ha reso sua l’ispirazione carismatica del Poverello di Assisi come dell’ostrica è parte costitutiva la perla preziosa in essa contenuta, a tal punto che se anche il carisma di Francesco venisse tradito dalle attuali famiglie francescane, esso rispunterebbe, per questo, come tale in un altro agglomerato ecclesiale. Mediante la Regola riconosciuta con la «bolla» dal papa, la Chiesa ha istituito come proprio il carisma di Francesco d’Assisi sino alla fine; in questo stigma ecclesiale sta la rivoluzione iniziata da san Francesco, che mai cesserà di essere tale.

La direzione del comitato scientifico del Dizionario bonaventuriano, un’opera monumentale costata circa dieci anni di lavoro e che ha visto la luce solo nel 2008, il coinvolgimento in prima persona nel coordinamento del dipartimento editoriale del «Movimento Francescano» e, soprattutto, il certosino lavoro di curatela del IV volume de «I Mistici Francescani. Mistici Francescani spagnoli. Secolo XVI) (Edizioni Francescane, Padova 2010), della cui omonima Collana sono il Direttore, mi hanno coscienziosamente obbligato a rimettermi direttamente in contatto con le cosiddette Fonti Francescane, in questa occasione non soltanto con l’occhio del teologo sistematico o del filosofo teoretico, bensì con il cuore di chi, come Francesco d’Assisi, ha fatto la medesima scelta di vita, essendo anch’io prima di tutto un francescano. Dovendo rileggere pressoché riga per riga tutte le fonti della grande famiglia alla quale appartengo, percepivo sempre più infondata l’obiezione «protestante» di Paul Sabatier (1858-1928) secondo il quale l’unico a vivere lo spirito francescano sarebbe stato soltanto lui, Francesco d’Assisi. Tale spirito mancherebbe sostanzialmente – sempre secondo il Sabatier – nei suoi frati. Si tratta, appunto, di un’obiezione del tutto «protestante» perché, per una non debole analogia, sarebbe come dire che nella Chiesa cattolica non sia affatto presente lo Spirito del suo fondatore, Gesù Cristo.

Nel rileggere le fonti, invece, ho percepito l’insostenibilità di tale obiezione – che riveste per gli addetti ai lavori i panni del «fossato di Lessing» – per il solo fatto che rivedevo, in quelle, quadri e situazioni perfettamente componibili con quanto accade negli attuali conventi dei frati francescani. E – lo si sa – contro il fatto non si contrappone argomento alcuno. Osservavo, insomma, che Francesco ha trasmesso a noi frati la miniera incorrotta dei suoi «sentimenti», quasi un autentico DNA epigenetico inserito nelle nostre arterie circa il modo di comportarsi evangelicamente: strutturandosi, per esempio, con l’amore per «Madonna Povertà», con l’anelito quasi consanguineo di aiutare le famiglie in difficoltà, con la gara, che domina anche oggi in tutti i conventi francescani, nello sfamare letteralmente i poveri, nel totale distacco dalla moda nel vestire, dallo sfarzo delle abitazioni, dall’ansia di avere denaro contante, attraverso l’energia vitale presente in frati giovanissimi e meno giovani di andare lontano e a tutti predicare la «buona notizia». Ma dell’autentica eredità di Francesco d’Assisi presente ancora nei conventi io oggi intravedo soprattutto due singolari peculiarità: l’amore con il quale i «frati» si amano e si perdonano, «più di quanto una mamma carnale farebbe con il suo figlio» (Fonti Francescane 20042, 91) e il «grande equilibrio cattolico» con il quale essi servono Santa Madre Chiesa. A questo proposito – e proprio nella temperie ecclesiale e sociale attuale – nessuno potrebbe oggi catalogare i francescani di «sinistra» o di «destra», essendo rimasti – per così dire – gli unici, tra i movimenti cattolici, di «centro», il che significa coloro che, in ultima istanza, hanno sempre servito la Chiesa in povertà, nascondimento e umiltà.

Vorrei poter pensare che questa visita «al contrario» del primo Papa che ha voluto chiamarsi proprio Francesco, ricalchi il solco itinerante dei viaggi dei primi ammiratori del Poverello di Assisi, dei quali si legge la trama per antonomasia nella famosa Leggenda dei tre compagni, dove sporge la testimonianza diretta dei primi tre suoi testimoni. Al lettore attento ai primi gesti del pontificato di Papa Francesco, non saranno sfuggiti quei dettagli «francescani» soprattutto là dove Papa Bergoglio accenna, per esempio, al proposito del Poverello che tutti i cristiani possano essere una famiglia di «fratelli», mentre può capitare che rientrino nella Chiesa alcuni «padri», alla pari di Pietro di Bernardone, il quale, invece, fu proprio (tra)lasciato da Francesco nel suo mondo. Oppure, per fare un altro esempio, si saranno notate alcuni analogie messe in capo alla città di Roma e al pericolo che, già al suo tempo, in essa Francesco fiutò nel poter essere – paradossalmente – il luogo più consono per mettere a repentaglio la fioritura di un carisma, nel suo stato germinale. E anche questa annotazione non è stata inalveata a caso. Oppure, l’intuizione irripetibile che ebbe Francesco nell’esercizio equilibrato dell’autorità e dell’obbedienza – nerbo quanto mai attuale la cui mancata attuazione deprime oggi intere comunità di religiose e di religiosi – allorché domandò a un «superiore» dapprima di «provare in te stesso quello che tu comandi agli altri», ovvero di attuare la regola aurea di ogni convivenza umana, come ci ha insegnato Gesù.

Senza tema di smentita, vorrei affermare che Papa Francesco, assomiglia un po’ a tutti e Tre Compagni. Leone, per esempio, fu compagno di Francesco tra i più cari, vicini e amati, testimone dei fatti più significativi e intensi della vita del Poverello, destinatario della sua benedizione conservata in un biglietto autografo. Fu insieme a Francesco nella predicazione, nelle difficoltà, a Fontecolombo, sul monte della Verna. Lo assistette nel momento della morte. È ricordato per la semplicità e la purezza. Rufino «gentile uomo di Assisi» è ricordato, invece, «per la virtuosa incessante orazione […] pregava anche dormendo e in qualunque occupazione aveva incessantemente lo spirito unito al Signore». Forse balbuziente e «senza l’ardire né la facondia del predicare», fu tra i compagni che furono più vicini a Francesco il quale lo indica in un «fioretto» come «una delle tre più sante anime del mondo». Angelo, uomo cortese, nobile e delicato, primo cavaliere entrato nell’Ordine, «fu adorno di ogni bellezza e bontà». Fu tra i compagni di Francesco che vissero «più a lungo insieme con lui», suo guardiano e coadiutore nella predicazione. Presente alla Verna quando il Santo ricevette le stimmate, insieme a Leone e Rufino – e forse a Bernardo –, lo assistette nell’ultima malattia e nel momento della morte.

La visita di Papa Francesco ad Assisi nella storia della Chiesa, dunque, può essere considerata un «primo giorno» perché è come se egli riandasse in quel luogo dove, ottocento anni or sono, la Chiesa rivisse la «grazia delle origini» grazie al Giullare di Dio. Molte, tra tutte le confidenze, le confessioni e i ricordi che i Tre Compagni hanno narrato della primitiva fraternità francescana, sono state percepite dallo scrivente come intraviste nell’umiltà impressa alla Chiesa del XXI secolo da Papa Francesco. Anzi, in alcuni casi, quest’ultimo sembra essersi volutamente «camuffato» in quella che fu – ed adesso nuovamente è – l’aurora francescana. E un’importante confessione è precisamente questa: mentre osservavo le prime mosse di Papa Francesco essa hanno «contagiato» anche me. Conoscevo San Francesco, le Fonti Francescane, ma non si può misconoscere il fatto che l’umile gesto di Benedetto XVI prima, e il grande coraggio di Papa Francesco oggi, hanno reso la figura del Poverello di Assisi ancora più affascinante ai miei occhi. Lo esprimo soltanto con un esempio: l’amore, la devozione e il profondo rispetto sempre dimostrati da Francesco ai sacerdoti «ministri del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo» (Fonti Francescane 20042, 176), pur essendo storicamente fondati, hanno insinuato in me un rinnovato affetto – tutto «francescano» – per questi uomini che, anche oggigiorno, si spendono senza sosta per i cuori spezzati e sono, in realtà, gli unici che ci permettono, ancora e grazie a Dio, di poter ricevere la santa Eucarestia, la presenza di Gesù nel pellegrinare terreno e nel tempo verso l’eternità che tutti ci contraddistingue. E questo l’umile e piccolo Francesco d’Assisi lo aveva capito benissimo.

Oso presumere che Papa Francesco ce lo ricorderà da Assisi, da dove aggiungerà qualcosa di nuovo.

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