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Dio ama i poveri, non ama la povertà intesa come privazione e miseria

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Amare i poveri significa essere operatori di giustizia, levare la voce quando la giustizia è calpestata

di Eugenio Bernardini

«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» (Mt. 19,21). Nel noto racconto del Vangelo di Matteo fu questa la risposta lapidaria di Gesù al giovane ricco che cercava la strada della vita eterna. Una risposta scomoda e difficile da accettare, al punto che il giovane ricco, udite queste parole, “se ne andò triste”.

 
Proprio queste parole di Gesù – “vendi quello che possiedi, dallo ai poveri” – furono alla base della conversione di Valdo (o Valdesio) di Lione che nel 1174, diversamente dal giovane ricco, nel momento della sua crisi esistenziale decise di farsi povero e, più avanti, di iniziare un movimento di riforma religiosa e spirituale che aveva nella povertà uno dei suoi tratti dominanti. 
 
Erano
i “poveri di Cristo” i quali, appena estesero il loro apostolato fuori le mura della città, furono chiamati “i poveri di Lione”. Erano una piccola comunità di fede che rivendicava un rapporto diretto con le Scritture e che dava un’interpretazione impegnativa del messaggio evangelico della povertà: “
Nudi nudum Christum sequentes”, come si leggeva nelle cronache, anche giudiziarie, del tempo; nudi, come il Cristo che intendevano seguire con lo spirito e con il corpo, dando così concretezza e coerenza alla loro fede.
 
È appena il caso di sottolineare l’analogia con
Francesco d’Assisi con il quale
Valdo condivise la pratica della povertà e l’idea che essa fosse al cuore della vita e della testimonianza cristiana. Gli esiti diversi delle loro vicende – una interna alla Chiesa d’Occidente, l’altra all’origine di un movimento che invece subirà dure persecuzioni e che nel 1532 confluirà nella Riforma protestante – non possono relativizzare il dato di questa affinità spirituale che, anche se i due mai si incontrarono, ha i tratti ideali di una relazione ecumenica ante litteram.
 
Oggi viviamo in tempi diversi e, anche per noi valdesi, la povertà di Valdo costituisce una sfida al nostro modo di essere e di vivere. Anche per noi, oggi, risuona forte e provocatoria la seguente domanda: che cosa significa e che cosa implica affermare che “Dio ama i poveri”? Non è una domanda facile neanche per una chiesa piccola e povera come quella valdese, che ha deciso di continuare a finanziare il costo dei pastori, del culto e dell’evangelizzazione con le libere offerte di fedeli e amici e non con i fondi dell’Otto per mille e che comunque dispone di templi, biblioteche, istituzioni e centri culturali… 
 
“Dio ama i poveri” significa che Egli guarda a loro con un occhio particolare, che nei poveri vede l’espressione più autentica del suo figlio Gesù: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli –  dice Gesù – l’avete fatto a me” (Mt. 25,40), e questi “fratelli più piccoli” sono coloro che hanno fame e sete, coloro che girano nudi perché non hanno niente da indossare, gli stranieri, i malati e i carcerati. 

 
Coloro che Dio ama, allora, non sono solo quelli che hanno di meno ma anche quelli che noi meno consideriamo, che hanno meno diritti e che meno riescono a far sentire la loro voce. Poveri, oggi, sono gli immigrati ai quali non riconosciamo diritti fondamentali come quello di vivere con i propri figli anche dopo che questi hanno compiuto 18 anni; poveri sono quelli che chiamiamo “clandestini” e che abbiamo provato a respingere quando arrivavano stremati sulle nostre coste; poveri sono quelli che neanche vediamo perché muoiono nel doppiofondo o nella stiva di un tir; poveri sono quei rom cacciati che vengono cacciati dai loro campi o che vengono tenuti alla larga dalle nostre vie più eleganti. Dio guarda al mondo con i loro occhi, con le loro speranze e le loro paure. 
 
Dio ama i poveri, non ama la povertà intesa come privazione e miseria. Già nelle profezie bibliche, Egli mostra di avere a cuore la vita e il giusto benessere dei suoi figli: “Avrai la pioggia per la semenza – afferma Isaia – con cui avrai seminato il suolo, e il pane, che il suolo produrrà saporito e abbondante; in quel giorno, il tuo bestiame pascolerà in vasti pascoli” (Isaia 30,23). Certo è un benessere figlio della benedizione e del lavoro, un benessere sobrio e sostenibile. 

La visione che, in Gesù, Dio consegna all’umanità è un sogno anche di giustizia nel quale Egli “rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote” (Luca 1,52-53); benedice i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli, gli afflitti perché saranno consolati, i miti perché erediteranno la terra, quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati (Mt 5,3-6).

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