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L’evangelizzazione distingue la Chiesa dalle ong

© MASSIMILIANO MIGLIORATO/CPP
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Fisichella: i cristiani devono ravvivare il dono della fede contro l'indifferenza

Più di cento delegazioni provenienti da 50 diversi Paesi del mondo e 1600 partecipanti tra vescovi, sacerdoti, religiosi e tanti laici: sono i numeri del Congresso internazionale di catechesi che si è svolto in Vaticano nell’aula Paolo VI sul tema "Il catechista testimone della fede". Aleteia ne ha parlato con mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione e promotore dell’evento, il quale ha colto l’occasione per ringraziare il nostro network per il lavoro che svolge.

Nell’introduzione ai lavori del congresso lei ha detto che l’evangelizzazione non è un compito qualsiasi per la Chiesa: cosa intende?

Fisichella: L’evangelizzazione è la missione che la Chiesa possiede, è la natura stessa della Chiesa. Se non fosse così noi saremmo, come dice spesso Papa Francesco, una ong più o meno organizzata, capace di fare anche tante opere di solidarietà, ma non sarebbe la Chiesa di Gesù Cristo. Gesù ha voluto la sua Chiesa perchè a tutti gli uomini, a ogni uomo, a ogni donna nel mondo, senza conoscere confini, senza stancarci, senza conoscere termine del giorno, noi potessimo portare il suo Vangelo. Ecco perchè, in ogni caso, questa non è una delle tante iniziative che noi abbiamo ma è la missione e la natura stessa della Chiesa. Penso di poter dire con estrema drasticità, ma anche con onestà: se non c’è evangelizzazione, non c’è la Chiesa.

Qual è il rapporto tra nuova evangelizzazione e catechesi?

Fisichella: E’ un tema che dobbiano studiare anche se abbiamo già degli elementi. La nuova evangelizzazione porta con sè l’esigenza di far comprendere innanzitutto ai cristiani il ruolo che hanno in questo momento storico e quindi devono ravvivare la loro fede: dobbiamo essere capaci di parlare ancora e di annunciare Gesù Cristo anche con la nostra testimonianza di vita a quanti vivono in paesi di antica tradizione cristiana ma vivono l’indifferenza, non conoscono più i contenuti fondamentali della fede e sembra che Gesù non abbia influenza, come neppure la fede, l’esigenza di credere. La catechesi ha bisogno di inserirsi all’interno di questo contesto e di questo processo che la chiesa vede davanti a sè per i prossimi decenni.

Cosa accomuna espressioni diverse di Chiesa qui presenti, quelle magari un pò stanche dei paesi di antica cristianità e quelle che vivono situazioni di minoranza in altri contesti culturali?
 
Fisichella: Innanzitutto ci accomuna il fatto che siamo tutti cristiani, battezzati, desiderosi di comunicare la gioia della nostra fede, anche se la viviamo in contesti culturali differenti. Le difficoltà di un Paese possono essere sostenute da un altro, la ricchezza di uno viene partecipata anche dall’altro. Io credo che questa sia la forma importante che dobbiamo assumere: nella catechesi noi abbiamo una ricchezza di esperienze. C’è una catechesi che non è soltanto limitata al momento della ricezione dei sacramenti della comunione o della cresima, ma presenta tante testimonianze nel mondo di altri percorsi. Penso per esempio al Cile e alla capacità di avere una penetrazione molto forte riguardo alla catechesi familiare. Abbiamo in altri paesi l’esperienza del catecumenato che si rivolge soprattutto agli adulti per riportarli all’annuncio della fede, abbiamo anche possibilità di catechesi chiamate "permanenti". Con questo ventaglio di esperienze io credo che la ricchezza dell’uno e il desiderio degli altri ci possano portare a incontrare una possibilità d’impegno non secondario.

L’anno della fede trae spunto anche dal ventesimo anniversario della pubblicazione del Catechismo della Chiesa cattolica: quale bilancio si può fare di questo periodo?

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