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Le dimissioni di massa del PdL: a chi servono?

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La minaccia di un “Aventino” da parte dei “berluscones” appare come una pistola caricata a salve

di Ruben Razzante

Che cosa spinge i parlamentari del centro-destra a minacciare le dimissioni in caso di decadenza da senatore del loro leader? Il gesto evidentemente stride con le contestuali rassicurazioni fornite due giorni fa da Letta all’Onu e alla comunità finanziaria internazionale circa la tenuta dei conti pubblici italiani e l’affidabilità degli investimenti stranieri nel Bel Paese.

Ieri la reazione del Presidente Napolitano ha dato la dimensione della frattura che esiste attualmente tra lo stato maggiore del Pdl-Forza Italia e il Quirinale, assai irritato per un gesto come quello della minaccia delle dimissioni, da molti definito addirittura eversivo. Ma è realistico pensare che il 4 ottobre, subito dopo il voto in Giunta del Senato sulla decadenza di Berlusconi, tutti i deputati e i senatori rassegnino le loro dimissioni rispettivamente nelle mani di Laura Boldrini e Pietro Grasso (consegnarle nelle mani dei capigruppo Brunetta e Schifani ha soltanto un significato simbolico ma nessuna valenza tecnica né alcuna efficacia)? Al di là delle dichiarazioni bellicose di queste ore, forse esistono ancora fondate ragioni per ritenere improbabile tale scenario.

Quand’anche, infatti, queste dimissioni in massa arrivassero (e siamo proprio sicuri che non ci sarebbero traditori?), le Camere per prassi le respingerebbero per almeno due volte e, qualora venissero ripresentate per la terza volta, le accoglierebbero ma, a quel punto, scatterebbe l’immediata sostituzione dei dimissionari con i primi dei non eletti. Il Parlamento potrebbe dunque proseguire, almeno in linea teorica, la sua attività con una nuova composizione e i “nuovi” parlamentari di centro-destra subentrati sarebbero probabilmente meno solidali con il Cavaliere rispetto a chi li ha preceduti. Ecco perché quella della minaccia di un “Aventino” da parte dei “berluscones” appare come una pistola caricata a salve. È evidente che la situazione è molto fluida e può comunque sfuggire di mano, con una pericolosa china verso il voto anticipato, scenario che Napolitano vuole scongiurare fino all’ultimo, anche a costo di dimettersi per prolungare la vita della legislatura almeno fino all’elezione del suo successore.

E allora, “cui prodest” l’improvvisa accelerazione impressa dal centro-destra alla crisi? Quale strategia ispira il braccio di ferro ingaggiato dai berlusconiani con Napolitano e Letta? Gli scopi sono verosimilmente due: temporeggiare e tenere Letta sulla corda. Mettendo sotto pressione la Giunta del Senato che deve decidere sulla sua decadenza (si parla perfino di una manifestazione azzurra a piazza Farnese il giorno della votazione), Berlusconi mira a far slittare ulteriormente il voto e a spingere la Giunta a consultare la Corte Costituzionale circa l’applicabilità della legge Severino all’ex premier. Insigni costituzionalisti di tutte le aree culturali e delle più diverse tradizioni giuridiche, lo ricordiamo, hanno espresso argomentate riserve sul punto e quindi non apparirebbe una forzatura rimettere, sia pure temporaneamente, la questione alla Consulta.

È attesa invece per il 19 ottobre la sentenza della Corte d’Appello di Milano che dovrà stabilire l’entità della pena accessoria (interdizione dai pubblici uffici) associata alla pena principale (nove mesi di arresti domiciliari o di affidamento ai servizi sociali). Se la Corte milanese comminasse all’ex premier un anno di interdizione dai pubblici uffici, la pena diventerebbe immediatamente esecutiva e Berlusconi, almeno per 12 mesi, non potrebbe ricoprire incarichi pubblici. Se invece l’entità dell’interdizione fosse superiore a un anno (può andare da uno a tre anni), i legali del Cavaliere potrebbero ricorrere in Cassazione e in questo modo guadagnerebbero altri 3-4 mesi di tempo. In quest’ipotesi, qualora ci fosse un voto anticipato a febbraio-marzo, Berlusconi sarebbe in teoria candidabile.

Ecco perché il centro-destra non accetta di “blindare” Letta fino al 2015 attraverso la verifica chiesta dal premier e preferisce continuare a tenerlo in bilico almeno fino al 4 ottobre, data del voto sulla decadenza. Il premier chiede garanzie per andare avanti e non si rassegna alla graticola permanente, cui l’hanno relegato i pidiellini ma anche i suoi amici di partito, in particolare i renziani, che puntano ad elezioni anticipate per bruciare Letta e candidare il proprio leader a Palazzo Chigi.

Ma il “partito trasversale” delle elezioni anticipate comprende anche altre forze politiche, dai grillini a Sel, dalla Lega a Fratelli d’Italia. Senza contare che molti del Pd, pur di rinviare il congresso, accetterebbero di buon grado il ritorno alle urne.
Di qui al 4 ottobre potrà succedere di tutto. Le colombe sono ancora al lavoro per tentare una difficile mediazione. Sono in molti nel centro-destra a ritenere che la caduta di Letta farebbe certamente più male al Pdl-Forza Italia che non al Pd. Senza contare i danni per il “sistema Paese” e per l’immagine complessiva dell’Italia all’estero.

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