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Usa: le tre bugie che hanno costruito una Rivoluzione

n.d.

MercatorNet - pubblicato il 26/09/13

Ma il caso è stato costruito sulle menzogne degli attivisti. Nel 1998, la polizia ricevette la segnalazione che un “uomo di colore stava facendo il matto con una pistola in mano” in un sobborgo in periferia di Houston. Quattro ufficiali fecero irruzione in un appartamento, dove trovarono il 55enne John Lawrence, bianco, e un 31enne di colore di nome Tyron Garner. La serata si concluse quando gli uomini, entrambi chiaramente gay, vennero accusati di “sesso deviato” e trattenuti per la notte in prigione, prima di essere rilasciati.

Gli attivisti gay vennero a sapere dell’incidente e portarono il caso alla Corte Suprema. Il resto è storia. L’anno scorso, nel suo libro “Flagrant Conduct”, Dale Carpenter, professore di legge gay presso l’Università del Minnesota, rivelò che il racconto dei fatti era falso. Sia la polizia che entrambi Lawrence e Garner avevano mentito, ognuno per motivi differenti. La polizia arrestò gli uomini perché litigiosi e palesemente gay.

Ma i due uomini non stavano facendo sesso. Sul momento si dichiararono “non colpevoli”. Solo quando gli attivisti iniziarono a sottolineare che si trattava di un caso ideale per la loro causa, la loro dichiarazione cambiò in “nolo contendere”. “Fin dall’inizio”, dice il loro avvocato, “non avevamo intenzione di complicare il caso trattando i fatti per come si erano svolti. Ci dicemmo…qualsiasi cosa dirà la polizia, noi non la contesteremo”. Carpenter sostiene: “Lawrence portò avanti il caso, perché nessuno voleva sapere quali fossero i fatti reali”.

E poi c’è la nota tragedia di Roe contro Wade. Il vero nome di Jane Roe è Norma McCorvey. Divenne in seguito un’attivista pro-life e cattolica. Nel 1969 era una travagliata ventunenne, che aveva scoperto di essere incinta per la terza volta. Non sapeva neanche cosa fosse l’aborto, ma incontrò degli avvocati che avevano intenzione di mettere alla prova le leggi del Texas.  

Questa è la storia che la donna ha raccontato spesso:  “L’affidavit presentato alla Corte Suprema non avvenne come io raccontai. Molto semplicemente, mentii. Sara Weddington e Linda Coffey (i suoi avvocati) avevano bisogno di un caso estremo, per mettere in una luce ancora più pietosa la loro cliente. Lo stupro sembrò essere la soluzione ideale. Che cosa avrebbe potuto rendere lo stupro ancora peggiore? Uno stupro di gruppo! Iniziò tutto con una piccola bugia, che crebbe sempre di più, diventando sempre più orribile, ogni volta che la ripetevo. Non solo mentii, ma mi fu anche mentito. Non arrivai alla Corte Suprema per conto di una categoria di donne. Non stavo cercando un rimedio legale alla mia gravidanza indesiderata. Non andai alla Corte Federale per ottenere sollievo.  Contattai Sarah Weddington per scoprire come ottenere un aborto. Lei e Linda Coffey dissero che non sapevano dove avrei potuto ottenerne uno. Sarah aveva già alle spalle un aborto, ma mi mentì, così come io mentii a lei. Era ovvio che sapesse dove ottenerne uno, ma non le sarei stata utile, se non fossi stata incinta. Sarah e Linda stavano cercando qualcuno, chiunque, da utilizzare per promuovere la loro propaganda. Io fui la loro vittima più volenterosa”.

“Ben poche cose accadono al momento giusto, e il resto non accade affatto”, scrisse Mark Twain, “lo storico coscienzioso correggerà questi difetti”.
Ed è esattamente ci&ogra
ve; che hanno fatto gli attivisti gay e per i diritti all’aborto. Hanno redatto copioni carichi di pathos e di ingiustizie e hanno poi cercato attori di talento per interpretare le parti. Fatti convenienti sono stati sottolineati…quelli meno convenienti, nascosti.

Questo fa la differenza? Anche se i fatti erano stati distorti, le Corti e le opinioni pubbliche avevano già tratto una conclusione. Prima o poi sarebbe emerso un caso i cui fatti si adattassero perfettamente all’ideologia. Ma sì, fa la differenza. Solo una causa che non è sicura della propria giustizia ha bisogno di mentire per dimostrare il proprio punto. Come principale giornalista gay negli Stati Uniti, Andrew Sullivan commenta così il “Libro di Matt”: “Nessuno dovrebbe avere paura della verità. Meno di tutti i gay… Non dovremmo forse comprendere meglio come e perché?”.

E peggio ancora, distorcere e riorganizzare i fatti rende più probabile l’omissione di aspetti che non sarebbero consoni al mito. Forse è per questo che “The Laramie Project” sta per debuttare presso il Ford Theatre a Washington DC, questo mese, mentre l’omicidio risalente al 2002 di Mary Stachowicz, una casalinga che è stata picchiata, accoltellata, strangolata e uccisa dal suo collega gay, perché aveva osato mettere in discussione il suo stile di vita, è stato dimenticato. Lei non trova posto nel mito dell’oppressione gay.

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ideologia genderusa
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