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La ricerca della verità: una sfida per credenti e non credenti

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Chiara Santomiero - pubblicato il 25/09/13

Nel Cortile dei giornalisti un confronto su nuovi media ed esigenze della comunicazione

Si interessa della vita e della predicazione di Gesù da decenni, proprio da quando ha abbandonato la fede per scegliere il primato della ragione ed è convinto che Gesù sia figlio dell'uomo, non di Dio: il fondatore del quotidiano La Repubblica, Eugenio Scalfari, a cui Papa Francesco ha indirizzato di recente una lettera in risposta alle sue domande su fede e ragione, è tornato a ragionare di questi temi con il presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, cardinale Gianfranco Ravasi, in occasione del Cortile dei giornalisti.

La spinta al dialogo tra credenti e non credenti è, per Scalfari, il problema della ricerca della verità. Ma oggi, secondo Ravasi il concetto di verità è cambiato: da una verità "in sè", esterna all'uomo e che questi deve conquistare, a verità soggettiva che l'uomo estrae "da sè". D'altra parte tutto cambia molto velocemente nell'era di Internet in cui il flusso delle notizie corre incessante e modifica lo stesso ambiente antropologico, nel quale i "nativi digitali" si muovono come nuovi "barbari", cioè persone che parlano un linguaggio diverso e a cui va consegnato un retaggio di civiltà nel quale, secondo Scalfari, la religione intesa come trascendenza, come oltre da sé, è fondamentale.

Un nuovo ambiente, secondo Ravasi, in cui però non cambia la necessità dell'annuncio del Vangelo che ha già in sè anche il metodo più efficace di comunicazione. Aleteia ne ha parlato con mons. Dario Viganò, direttore del Centro televisivo vaticano, presente all'incontro.

Verità e comunicazione: si tratta di un binomio possibile nell'era di Internet?

Viganò: E' assolutamente possibile, non solo perchè come comunicatori siamo chiamati ad annunciare la verità che per noi è Gesù, ma anche perchè la comunicazione prevede capacità argomentativa per affrontare la verità: una verità che si accoglie e si fa accogliere.

Il cardinale Ravasi ha affermato che il Vangelo offre già un metodo di comunicazione, per esempio attraverso la incisività delle parabole o nel modo di Gesù di usare la corporeità, toccando con le mani le persone in cerca di guarigione...

Viganò: Il metodo del Vangelo è chiaro. Se prendiamo il testo di Matteo, vediamo che Gesù quando parla della misericordia che è il volto di Dio richiama i farisei chiedendo: "perchè non capite?". Il metodo di Gesù passa attraverso la ripetizione che è un procedimento pedagogico per colmare la distanza tra significato e senso. I farisei comprendevano certo il significato delle parole di Gesù ma non ne afferravano il senso. Gesù si concepiva come depositario del senso della misericordia: nulla da meritare e tutto da accogliere. Il "metodo Gesù" è anche nella scelta del primo luogo della sua predicazione, Cafarnao, che era un luogo di passaggio, di incrocio, come un centro commerciale odierno. Lo ha scelto per affermare che la verità di Dio non ha bisogno di sovrastrutture, ma si annuncia in mezzo alla strada colorando l'umanità con il Vangelo. Gesù colpisce al cuore con l'essenziale e accompagna la parola con i gesti. Parole brevi accompagnate dalla carezza di Dio sulla carne perchè è nella carne dell'uomo che c'è la presenza di Dio.

I nuovi media hanno creato un nuovo ambiente antropologico?

Viganò: Tutti i nuovi media quando si affacciano mettono in crisi i modelli sociali precedenti; è avvenuto anche con la scrittura che ha messo in crisi la cultura orale e con la stampa che ha permesso la più ampia diffusione del sapere, estendendolo a classi sociali nuove. Qual è la differenza con l'oggi? Dal torchio a stampa di Gutemberg alla rivoluzione digitale sono passati cinque secoli mentre ai nostri giorni la tecnologia è in continua evoluzione, muta molto rapidamente. Oggi manca il tempo per assestare i modelli socio-psico-pedagogici così che la scuola, per esempio, si trova sempre in affanno nel rincorrere le nuove tecnologie. Occorre mettersi l'anima in pace e pensare ai nostri modelli come un continuo work in progress…

Scalfari e Ravasi sono d'accordo sul fatto che i nativi digitali siano "nuovi barbari", cioè portatori di un nuovo linguaggio: con quali conseguenze?

Viganò: E' una realtà con la quale fare i conti in una prospettiva di positività. Questo coinvolge la responsabilità della società nel reinvestire progettualità nel sistema formativo per tenere conto dei cambiamenti, incide sulle strategie editoriali dei media di massa e richiede, non da ultimo, forme di partecipazione variegata alla cultura anche in termini di accessibilità non troppo onerosa per le famiglie.

Tags:
dialogo tra credenti e non credentinativi digitalinuovi mediapapa francesco
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