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L’assoluto e la coscienza nella lettera di papa Francesco a Eugenio Scalfari

© ALBERTO PIZZOLI / AFP
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Secondo alcune interpretazioni erronee il papa avrebbe detto che la verità non è assoluta e che la salvezza consiste nel seguire la propria coscienza

La lettera che Papa Francesco ha inviato ad Eugenio Scalfari e che è stata pubblicata su “la Repubblica” dell’11 settembre scorso, contiene due affermazioni su cui si sono esercitate le interpretazioni. Una riguarda l’assolutezza della verità e la seconda la coscienza. Secondo alcune di queste interpretazioni il Papa avrebbe detto due novità teologiche rispetto alla tradizionale dottrina delle fede. Ossia avrebbe detto che la verità non è assoluta e avrebbe aderito alla tesi secondo cui la salvezza consiste nel seguire la propria coscienza. Molti hanno visto in queste frasi una riforma della visione della Chiesa su questi problemi, primo fra tutti lo stesso giornale che ha pubblicato la lettera.

Anche quando il Papa parla in forme meno ufficiali – anzi, in questi casi a maggior ragione -, come può accadere in una intervista oppure in una lettera, il suo dire va sempre letto alla luce dell’insieme delle verità rivelate e dentro la totalità della dottrina cattolica, anche se in quell’occasione il Papa non ha potuto esporla per intero. Esaminiamo brevemente i due punti, per comprendere quanto Papa Francesco ci ha voluto dire.

La questione della verità “assoluta”

Assoluto (ab-solutus, sciolto da) significa privo di legami nel senso che non ha bisogno di altro. Una realtà assoluta è causa di se stessa e non dipende da qualcos’altro né per essere né per essere quello che è. Io non sono assoluto perché, come ogni creatura, non mi sono dato l’essere da solo, ma l’ho ricevuto e, con l’essere, ricevo anche molte altre cose di cui ho bisogno per essere e per essere me stesso. Ma Dio è assoluto. Noi ci perfezioniamo nel tempo, ma Dio è perfetto. A dire il vero, San Tommaso invitava a non usare questa parola riferendosi a Dio, in quanto gli sembrava già una diminuzione della sua assolutezza. La rivelazione con cui Dio ha parlato di sé e dell’uomo contiene delle verità assolute e poiché la rivelazione di Dio si identifica con il Figlio, Gesù Cristo è l’Assoluto, in quanto è Dio.

L’Assoluto della fede cristiana, però – ed è questo che a mio avviso il Papa ha voluto sottolineare – proprio perché assoluto crea legami, attira a Sé ed unisce. Non è qualcosa di slegato e che slega. Più una verità è assoluta e più accomuna, più è assoluta e maggiormente lega, più è assoluta e più unisce, anziché separare. Nella nostra esperienza, quando rimaniamo nelle nostre opinioni soggettive siamo tra noi divisi, ma quando tutti accogliamo una verità allora quella verità ci accomuna. Una verità parziale e limitata potrà accomunare, ma in modo parziale e limitato. Solo la Verità assoluta accomuna e lega in modo non parziale e non limitato. Gesù Cristo è questa Verità e accogliendoLo veniamo uniti tra noi da slegati che eravamo perché Lui sulla Croce si è unito a tutti. Ecco perché la verità della fede cattolica non è assoluta nel senso di priva di legami, ma è assoluta nel senso di essere la fonte assoluta dei legami. Ciò si capisce ancora meglio, come dice il Papa, se si pensa che Cristo è Verità e Amore. Che l’Amore non sia assoluto nel senso di sciolto da legami è cosa difficile da negare. Ma ciò non vuol dire che Cristo non sia Amore assoluto proprio perché solo l’Amore assoluto può legare veramente. L’Amore assoluto, poi, lega veramente nella Verità. L’amore senza verità non lega, ma s-lega.    

La questione della coscienza

C’è poi la questione della coscienza. Ci sono due visioni della coscienza. La prima la considera come originaria, indipendente, autonoma, libera di scegliere e decidere di sè. E’ la concezione della coscienza come assoluta e non è la concezione cattolica. La seconda la considera come derivata, come qualcosa che si costituisce davanti ad una verità che la interpella. La prima è una coscienza con soli diritti e nessun dovere, la seconda è una coscienza con dei doveri prima che dei diritti. Se la salvezza consistesse nel seguire la coscienza nel primo senso perché l’Incarnazione e la Resurrezione? Il non credente è salvo se, come dice San Paolo e come ribadisce Papa Francesco, segue la sua coscienza. Ma di quale delle due versioni di coscienza si tratta? Se si segue “il proprio io e le sue voglie” non ci si salva per niente. Se invece si segue la legge morale che brilla nella nostra coscienza quando la vogliamo veramente ascoltare come qualcosa che non dipende da noi, allora accogliamo la verità, e non le nostre voglie, insieme però al dovere di approfondire questa verità che ci viene donata nella nostra coscienza per portarla alle sue estreme profondità. Nell’accoglienza della legge morale che è in noi c’è già in un certo senso l’accoglienza di Dio che ne è l’autore. Questo impone alla coscienza, anche a quella del non credente, di impegnarsi a leggere fino in fondo le ricchezze della sua coscienza. La coscienza non è l’ultimo tribunale, è quello prossimo. Il tribunale remoto è la legge morale naturale e il suo Creatore,che l’ha creata per amore e verità.

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