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Don Vinicio Albanesi, una vita per i tossicodipendenti

© DR
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Per i tipi delle edizioni Ancora "La finestra sulla strada", l'autobiografia di un prete "scomodo", don Vinicio Albanesi

“La finestra sulla strada” (Ancora editore) racconta in prima persona la vita intensa di una delle figure più autorevoli della chiesa italiana, don Vinicio Albanesi: “Posso dire di aver sperimentato l’umanità in molte condizioni di vita. Il risultato è stato l’aver partecipato alle vicende umane con pienezza”. 
 
Una narrazione, lucida e sincera, di settant’anni vissuti sempre intensamente, segnati dalle contestuali vicende della Comunità di Capodarco, che don Albanesi frequenta fin da ragazzo dopo il suo incontro con il fondatore don Franco Monterubbianesi, e che presiede dal 1994. “La testimonianza del nuovo concetto di volontariato, di assistenza e di terzo settore, improntato al principio della centralità della persona accolta e della sua massima inclusione sociale, introdotto proprio dalla stessa Comunità di Capodarco. Una vita sempre in crescita, segnata da una progressiva apertura ai problemi della società e della politica, ma anche da una profonda ricerca spirituale”. (Redattore Sociale, 20 settembre)
 
Il libro è un autoritratto senza sconti, lucido e anche ironico, di un «prete diverso» che vive tra alterne vicende il suo servizio nella Chiesa: partito da un paesino dell'entroterra marchigiano e arrivato a confrontarsi con i più gravi problemi della società e con le figure più autorevoli della politica, pur continuando a restare, come gli piace definirsi, «parroco di campagna». Così dopo aver raccontato l'infanzia e il periodo del seminario: “Con il ritorno a casa, si può dire che oramai la mia identità era formata. Dai miei genitori, dalla vita del paese, dal seminario e dagli studi e dalla permanenza a Roma erano state poste le basi del mio vivere.  Avevo appreso bene i confini del bene e del male. Il bene va perseguito, il male va evitato. In questa lotta si consuma la vita di cui ognuno è responsabile. A ciascuno spettano le proprie scelte.  La vita è il continuo cercare l’equilibrio, senza sconti: il senso del dovere non mi abbandonerà più. I sensi di colpa hanno sempre una base di verità. Servono perché frenano gli istinti e impediscono di commettere sciocchezze. È vero che sono un freno alla spontaneità, ma è meglio servirsi del freno a mano che finire nello strapiombo”. (Il Messaggero, 20 settembre).
 
Fortissima la sua attenzione alle nuove povertà, quelle liminali della “frontiera” (per dirla con Papa Francesco) tipiche della modernità: “Gli adolescenti vivono grosse difficoltà di comunicazione, sperimentano l’impossibilità di raggiungere equilibri, anche provvisori, ma dotati di senso. La fatica nella costruzione di un’identità si amplifica, la ricerca di un senso si fa più complessa. «Senza padri, né maestri», l’orizzonte dei riferimenti si restringe.  Se, da un lato, hanno l’esigenza di stare soli, di pensare, di progettare, dall’altro, sentono profonda la necessità di dividere con altri le proprie aspirazioni, i propri pensieri, le tante inquietudini di questa età. Dietro una certa apparenza di sicurezza e di rifiuto, hanno vivo il desiderio di essere presi sul serio, di essere considerati, di essere capiti, e soprattutto di poter comunicare le cose che sentono importanti o problematiche. Spesso invece la fretta, la battuta, la distrazione, la preoccupazione per se stessi, o peggio ancora la derisione, possono bloccare sul nascere, e per lungo tempo, la comunicazione. La diffusione delle tossicodipendenze è frutto, oltre che di interessi colossali, proprio di questo clima di solitudine”. Un impegno non incidentale: “Forse suggestionato dalle esperienze di altre parti d’Italia, pensai che anche la nostra Comunità di Capodarco dovesse aprirsi al mondo della tossicodipendenza. Nella piccola città di Fermo era radicata la convinzione che il territorio fosse un’isola felice. Non era così. Come in ogni parte d’Italia, alcuni ragazzi già facevano uso di sostanze. La confusione allora tra sostanze leggere e pesanti era forte e anche ambigua. Il 7 dicembre 1980 invitai don Ciotti a Fermo per dibattere l’argomento. All’incontro si presentano alcuni ragazzi che si diceva facessero parte del giro del consumo di sostanze. Dopo l’incontro manifestarono la volontà di proseguire nell’approfondimento. Non avendo esperienza, mi avvicinai a loro nel modo più semplice, condividendo la loro vita, all’inizio notturna. Per mesi parteciperò ai loro raduni, alle loro cene, alla vita della notte. Scoprii un mondo nuovo. Non ne rimasi sconvolto. Non erano mostri; nemmeno marginali. Erano ragazzi che andavano al di là della vita «normale», con stili, sensazioni, emozioni spinte. Restii alle regole, rimanevano chiusi nel loro mondo. Da qui le esagerazioni continue, a volte ossessive e rischiose. I dibattiti sul perché della tossicodipendenza non hanno mai dato risposte convincenti. Forse perché non esistono: più facile comprendere gli effetti delle sostanze. Nonostante la frequenza del gruppo, non riuscivo a essere parte del loro mondo. Ero vissuto come estraneo e mi ripetevano: «Che vuoi? Perché fai questo?». Militanti loro stessi di movimenti politici di sinistra, erano probabilmente messi in guardia da qualcuno smaliziato e interessato”.
 
E spiega l'atteggiamento che ha mantenuto per tutta la sua vita di sacerdote: “Non ho fatto distinzione tra vita sociale e vita religiosa. Non ho sentito la contraddizione tra l’essere prete e animatore del sociale. La creatura umana è sempre una. Va liberata nel corpo e nello spirito, offrendo prospettive di felicità e fraternità. In questo sono stato considerato un «prete diverso»: eppure l’orizzonte è rimasto alto. Il senso profondo dell’agire rimane la perfezione in Dio. L’impegno sociale è una delle strade per seguire Cristo. Importante è non distaccare i due mondi, spirituale e umano, ma aver presente la finalità della vita umana: essere lode a Dio. Concretamente però, scomodando tempi, luoghi e risorse della propria vita. Per un lungo periodo di tempo ho dovuto dare giustificazioni. Ora non più. La coscienza si rapporta direttamente con Dio e a lui soltanto occorre dare ragione delle proprie azioni
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