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“La Chiesa è come un ospedale da campo, deve curare le ferite di tutti”

© Andreas SOLARO / AFP
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Padre Antonio Spadaro ha intervistato Papa Francesco per la Civiltà Cattolica e altre riviste dei gesuiti: alcuni stralci.

A realizzarla padre Antonio Spadaro,  direttore de La Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti pubblicata con l’imprimatur della Segreteria di Stato. Spadaro ha incontrato Francesco nel suo studio privato a Santa Marta, nel corso di tre appuntamenti il 19, il 23 e il 29 agosto. In circa trenta pagine Jorge Mario Bergoglio traccia un identikit inedito di se stesso, che include anche le preferenze artistiche e culturali. (Famiglia Cristiana, 19 settembre)
 
Questo passaggio è probabilmente il cuore dell'intervista a Bergoglio, la sua idea di missione e di Chiesa, la sintetizza così: «Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso». (Civiltà Cattolica, 19 settembre)
 
Così come avverte che il compito della Chiesa non è enunciare una dottrina formata da precetti slegati da ogni contesto, ma sua missione è l'Annuncio di Cristo Risorto. Solo a partire da questo le altre questioni possono seguire, sono conseguenze della conversione, non premesse.
 
«Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari – ha affermato Francesco – chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa una ideologia tra le tante. Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno. Anche se la vita di una persona è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana. Anche se la vita di una persona è un terreno pieno di spine ed erbacce, c’è sempre uno spazio in cui il seme buono può crescere. Bisogna fidarsi di Dio». 
 
Tutto questo perché: «il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato. I vescovi, particolarmente, devono essere uomini capaci di sostenere con pazienza i passi di Dio nel suo popolo in modo che nessuno rimanga indietro, ma anche per accompagnare il gregge che ha il fiuto per trovare nuove strade». Un passaggio molto legato all'ansia di molti circa la riforma delle strutture organizzative della Chiesa. Anche su questo punto il Papa è chiaro: non c'è riforma senza conversione. Se i pastori non curano il gregge, non c'è questione organizzativa che tenga, essa viene dopo e solo dopo l'annuncio del Vangelo. 
 
L’immagine della Chiesa richiamata nell’intervista è quella espressa dal Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium “del santo popolo fedele di Dio” e “sentire con la Chiesa” per Papa Francesco è “essere in questo popolo”. Una Chiesa che non vuole sia ridotta a contenere “solo un gruppetto di persone selezionate” ma deve essere una “Chiesa Madre e Pastora”. “La Chiesa è feconda, deve esserlo”, dice il Papa raccontando che quando si accorge di “comportamento negativi di ministri della Chiesa” o consacrate, la prima cosa che gli viene in mente è: “’ecco uno scapolone’ o ‘ecco una zitella’”. “Non sono né padri, né madri, dice. Non sono stati capaci di dare vita”. (Radio Vaticana, 19 settembre)
 
E sempre sul punto della “paternità” nel sacerdozio, Francesco ricorda l'interesse per le sue telefonate ai fedeli: «Ho visto che è stata molto ripresa dai giornali la telefonata che ho fatto a un ragazzo che mi aveva scritto una lettera. Io gli ho telefonato perché quella lettera era tanto bella, tanto semplice. Per me questo è stato un atto di fecondità. Mi sono reso conto che è un giovane che sta crescendo, ha riconosciuto un padre, e così gli dice qualcosa della sua vita. Il padre non può dire “me ne infischio”. Questa fecondità mi fa tanto bene»
 
Ma c'è anche il ruolo della “maternità” nella Chiesa – che è madre – si deve ripensare il ruolo della donna: «È necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Temo la soluzione del “machismo in gonnella”, perché in realtà la donna ha una struttura differente dall’uomo. E invece i discorsi che sento sul ruolo della donna sono spesso ispirati proprio da una ideologia machista. Le donne stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate. La Chiesa non può essere se stessa senza la donna e il suo ruolo. La donna per la Chiesa è imprescindibile. Maria, una donna, è più importante dei vescovi. Dico questo perché non bisogna confondere la funzione con la dignità. Bisogna dunque approfondire meglio la figura della donna nella Chiesa. Bisogna lavorare di più per fare una profonda teologia della donna. Solo compiendo questo passaggio si potrà riflettere meglio sulla funzione della donna all’interno della Chiesa. Il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti». 

Ma il Papa sa anche perfettamente di essere "un peccatore al quale il Signore ha guardato"". E ripete, consapevole che è da questo sguardo che viene il discernimento e la santità: "Io sono uno che è guardato dal Signore".

L'intera intervista è disponibile su Avvenire.

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