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Le sue guardie chiedevano “perché non ci odi?” e lui “Gesù mi ha insegnato ad amare tutti”

© DR
El cardenal Nguyen van thuan
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La vita e la testimonianza potente del cardinale vietnamita François Xavier Nguyên Van Thuân

Se per la Chiesa l’Asia rappresenta il continente del terzo millennio, quello in cui il Cristianesimo nacque e in qualche modo, per una ideale quadratura del cerchio, dovrà fare ritorno, il Viêt Nam, questo piccolo lembo di Asia abitato da circa 77 milioni di abitanti, di cui solo il 7% è rappresentato dai cattolici, costituisce oggi una delle sue frontiere più interessanti. La Chiesa Cattolica, piccolo gregge, qui è estremamente vitale, pur nelle restrizioni e nei molti ostacoli frapposti al culto religioso dall’occhiuta sorveglianza dello Stato, di matrice comunista. Questa vitalità dei cristiani in Viêt Nam è una grande speranza per tutta l’Asia. È il segno che tutte le sofferenze patite in passato non sono state vane, ma hanno rafforzato la fede. È anche il frutto della testimonianza che ha lasciato al suo popolo il Cardinale François Xavier Nguyên Van Thuân, che dopo i lunghi anni trascorsi in carcere il Papa Giovanni Paolo II aveva creato Presidente del Pontificio Consiglio “Giustizia e Pace”.
Dal Cielo l’umilissimo porporato vietnamita continua certamente a guardare e a vigilare su quel suo piccolo ma coraggioso gregge. Con l’amore di un padre, con quella mitezza e bontà, venate di lucida speranza, che sempre aveva dimostrato quand’era in vita, lasciando una impronta indelebile nel bimillenario cammino della Chiesa Cattolica.
François Xavier Nguyên Van Thuân era nato il 17 aprile 1928 a Huê (Viêt Nam). Discendeva da una famiglia che annoverava nel suo albo genealogico numerosi martiri. Sua nonna, che non sapeva né leggere né scrivere, ogni sera, dopo le preghiere della famiglia, recitava il rosario per i sacerdoti. Sua madre Elisabeth lo aveva educato cristianamente fin da quando era in fasce. Ogni sera gli insegnava le storie della Bibbia e gli raccontava le testimonianze dei martiri, specialmente dei suoi antenati. In tale contesto familiare, Francesco Saverio si sentì chiamato alla vita sacerdotale e l’11 giugno 1953 poté finalmente coronare il suo sogno di diventare prete.
Dopo la laurea in Diritto Canonico, conseguita a Roma nel 1959, era tornato in Viêt Nam come professore e poi rettore del Seminario, vicario generale e vescovo di Nha Trang a partire dal 1967. Il suo impegno a Nha Trang sarà molto intenso. Sotto la sua guida, nell’arco di otto anni, i seminaristi maggiori passano da 42 a 147, mentre quelli minori da 200 diventano 500. Il motto del giovane vescovo vietnamita è “Gaudium et Spes“, gioia e speranza. Sarà il programma di tutta la sua vita.
Il 24 aprile 1975 Van Thuân viene promosso da Papa Paolo VI arcivescovo coadiutore di Saigon (oggi Ho Chi Min), ma pochi mesi dopo la sua nomina viene imprigionato. Era il 15 agosto 1975, festa dell’Assunta. I comunisti arrivati nella capitale vietnamita dissero che la sua nomina era frutto di un complotto del Vaticano e lo sbatterono in prigione. Van Thuân allora aveva 47 anni e, con il solo “bagaglio” di una corona del rosario che aveva in tasca, venne inviato in un campo di rieducazione comunista, dove rimase per tredici lunghi anni, nove dei quali li trascorse in assoluto isolamento.
Con sé nella prigione non aveva potuto portare nemmeno la Bibbia. Allora aveva escogitato di raccogliere tutti i pezzetti di carta che avrebbe trovato per realizzare con essi una minuscola agenda, sulla quale, servendosi della propria memoria, avrebbe riportato tutte le frasi del Vangelo che ricordava: erano più di trecento! Questo “vangelo” è stato il suo vademecum quotidiano, lo scrigno prezioso al quale attingere la forza necessaria per superare i momenti terribili della sua detenzione.
Fu enorme lo smarrimento dei primi giorni, tremendi i lunghi momenti in cui credeva di impazzire, fino a quando non comprese che era distruttivo per lui rifiutare la sua condizione, aspettando un cambiamento che non sarebbe arrivato. Aveva capito che “occorre afferrare l’oggi, colmandolo d’amore” –, come poi avrebbe scritto. Così, a poco a poco, quel buio inferno del carcere diventa un monastero, dove Van Thuân prega per i suoi fedeli, per i suoi carcerieri, per la Chiesa e per il mondo, offrendo quella sua triste condizione di prigioniero anche attraverso la Messa.
Quando era stato arrestato gli avevano permesso di scrivere una lettera ai parenti per domandare le cose più necessarie. Van Thuân chiese loro un po’ di vino come medicina contro il mal di stomaco. Quelli compresero il significato vero della sua richiesta e gli mandarono una bottiglietta con il vino della Messa, con sopra l’etichetta: “Medicina contro il mal di stomaco”. In questo modo il presule incarcerato poteva celebrare la sua Messa ogni giorno, con tre gocce di vino e una di acqua mescolate nel palmo della mano e un po’ di pane nascosto in un pacchetto di sigarette.
La celebrazione dell’eucaristia è stata in quei tredici anni di persecuzione il momento centrale delle sue giornate. “In quei terribili anni di isolamento, i più duri della mia vita – ha ricordato spesso il Prelato vietnamita -, vedevo solo due guardie che avevano l’ordine di non rivolgermi parola. Mi sentivo abbandonato da tutti e ho provato la stessa sofferenza di Gesù, solo sulla Croce. Ho pensato ai miei parrocchiani, ai fedeli, ai sacerdoti, ai religiosi, ai seminaristi che erano fuori, anche loro abbandonati e nella sofferenza, molti uccisi. In quell’abisso della mia debolezza, fisica e mentale, ho ricevuto la grazia della Madonna. Non potevo più celebrare, ma ho recitato centinaia di volte l’Ave Maria, e la Madonna mi ha dato la forza di essere unito a Gesù inchiodato sulla Croce: ho sentito come Gesù abbia potuto salvare l’umanità, lì, solo sulla Croce, nell’immobilità assoluta. Le guardie poco a poco mi capirono. Diventammo amici. Mi aiutarono. Mi permisero di tagliare un pezzo di legno in forma di croce. Lo nascosi nel sapone. Mi tagliai un pezzo piccolo piccolo di filo elettrico. Mi prestarono due piccole tenaglie. Mi aiutarono a lavorarlo. Questa croce che porto è fatta con il legno della prigione e quel filo elettrico! Questa croce è una continua chiamata: amare sempre! Perdonare sempre! Vivere il presente per l’evangelizzazione! Ogni minuto deve essere per l’amore verso Dio”.
Amare sempre, odiare mai. Questo precetto evangelico, che il vescovo vietnamita riesce ad attuare quotidianamente pur nella durezza di una prigione in cui è stato sbattuto senza processo né sentenza, ma soltanto in odio alla fede, il suo sincero atteggiamento di mitezza e di amore colpiscono profondamente i suoi carcerieri. “Perché tu non ci odi?” – gli domandavano loro esterrefatti. – “Perché Gesù mi ha insegnato ad amare tutti – rispondeva Van Thuân –; e se non lo facessi, non sarei più degno di chiamarmi cristiano”.
Dimenticato in una cella in Viêt Nam, in realtà egli si sentiva profondamente unito a Cristo e alla sua Chiesa. “No, non sono mai stato solo – ricorderà anni dopo Van Thuân –; e Maria mi ha sempre aiutato a rendermene conto. Maria mi aveva preparato alla persecuzione fin dal 1957 quando, giovane e attivissimo sacerdote, davanti alla Grotta di Lourdes, mi ha costretto a meditare su queste parole: ‘Non ti prometto gioie e consolazioni in questa terra, ma prove e sofferenze’. Parole impressionanti che poi ho trovato cucite addosso a me”.
E che la Madonna abbia avuto un ruolo davvero speciale nella vita del Cardinale vietnamita lo prova anche questa data: 21 novembre 1988, memoria della Presentazione di Maria al Tempio. Per Van Thuân è il giorno dell’inattesa scarcerazione. Si avverava in questo modo ciò che ogni giorno egli aveva chiesto in carcere alla Madonna, quando la supplicava: “Madre, se tu vedi che la mia vita non serve più alla Chiesa, concedimi la grazia di consumarla qui, in prigione. Altrimenti, permettimi di lasciare questo carcere in una delle tue feste…”.
Espulso dal suo Paese, Nguyên Van Thuân venne in Italia, dove fu nominato Presidente del Pontificio Consiglio “Giustizia e Pace”; quindi, dopo aver predicato gli esercizi spirituali quaresimali al Papa e alla curia romana nell’anno del Grande Giubileo, col successivo concistoro del 21 febbraio 2001 fu creato cardinale. Appena un anno dopo, il 16 settembre 2002, la sua dipartita, dopo lunga e dolorosa malattia.
Durante le esequie, officiate nella Basilica Vaticana, Giovanni Paolo II volle ricordare nell’omelia il “segreto” di questo grande testimone di Cristo e umilissimo servitore della Chiesa: “Una indomita fiducia in Dio, alimentata dalla preghiera e dalla sofferenza accettata con amore”. La sua testimonianza eroica tutt’oggi non cessa di suscitare profonda emozione, che diventa autentica proposta di conversione. Come disse lo stesso Pontefice, a conclusione degli esercizi spirituali predicatigli dal porporato vietnamita nel 2000: “Ringraziamo il carissimo Mons. François Xavier Nguyên Van Thuân il quale con semplicità ed ispirato afflato spirituale ci ha guidati nell’approfondimento della nostra vocazione di testimoni della speranza evangelica all’inizio del terzo millennio. Testimone egli stesso della Croce nei lunghi anni di carcerazione in Viêt Nam, ci ha raccontato frequentemente fatti ed episodi della sua sofferta prigionia, rafforzandoci così nella consolante certezza che quando tutto crolla attorno a noi, e forse anche dentro di noi, Cristo resta nostro indefettibile sostegno”.
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