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Fare famiglia, “una pratica finanziariamente estrema”


© Zdenka DARULA / SHUTTERSTOCK.com

Simone Sereni - pubblicato il 12/09/13

Da mesi annunciato, e poi smentito, a ottobre potrebbe scattare l’Iva al 22%. Ennesimo tassello di un sistema fiscale che penalizza chi ha messo su famiglia 


Che fisco e welfare non vedano di buon occhio le famiglie, specialmente quelle con almeno due figli a carico, si è capito da tempo. O meglio, più che altro lo hanno capito i diretti interessati. Dopo il balletto sull’Imu – chi ne gioverà, davvero? – e l’istituzione della Tares, la più imminente preoccupazione fiscale, proprio e soprattutto per chi ha avuto la balzana idea di sposarsi e mettere su famiglia, è l’atteso aumento dell’Iva al 22%. Secondo la Cgia di Mestre “dando per scontato che dal primo ottobre” l’aumento ci sarà, l’Iva costerà “fino a 103 euro in più a famiglia” e in generale graverà di più sulle retribuzioni più basse e sui nuclei familiari più numerosi. Il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato dice che stanno “lavorando per non farla aumentare” e pensa che “sia molto probabile che non aumenterà” (Corriere.it, 11 settembre). Speriamo dunque nel probabile.


Più che probabile, anzi “un fatto”, è che “nonostante una certa retorica di maniera, nel nostro Paese si continua a vedere la famiglia solamente come una delle voci di spesa del bilancio pubblico e non anche come risorsa strategica per lo sviluppo umano integrale”. Lo ha scritto l’economista Stefano Zamagni alla vigilia della 47ma Settimane sociale dei cattolici italiani che ha come tema: "La famiglia, speranza e futuro per la società italiana”. Secondo Zamagni, nonostante “la famiglia sia il massimo generatore di capitale umano, capitale sociale, capitale relazionale”, la spesa pubblica italiana per i servizi alla famiglia è “immeritatamente bassa (contro una media Ue dell'8% della spesa sociale, l'Italia destina alla famiglia il 4,1%)”. Inoltre, secondo l’economista riminese, le politiche destinate alla famiglia oggi “sono tali da determinare spesso effetti perversi”, perché “si insiste con politiche settoriali per età” anziché passare a interventi integrati che tengano conto che “la famiglia non è una somma di segmenti tra loro autonomi”. Zamagni invita quindi innanzitutto a “dare progressiva attuazione al Piano nazionale per la Famiglia approvato dal Consiglio dei ministri il 7 giugno 2012” (Il Sole 24 Ore, 11 settembre). 



Suona quindi per nulla surreale la provocazione delle Acli di Brescia, che hanno spiegato, proprio in vista della Settimana sociale dei cattolici italiani, i “10 buoni motivi per non sposarsi”. Il documento, redatto in collaborazione con il Patronato e con il Caf delle Acli bresciane, descrive cosa di preciso fa sì che oggi “in Italia fare famiglia sembra una pratica finanziariamente estrema, una sfida alla logica economica”. E fa emergere, implicitamente, tutte le pratiche a disposizione di chi intende aggirare paletti e regole, prima fra tutte quella delle “finte separazioni”.


Il primo motivo della lista è l’Isee: si tratta di “un parametro che, molto meglio di quanto può fare il reddito complessivo, consente di valutare la situazione economica di un nucleo familiare e di compararlo con quello di altre famiglie che vivono in un territorio”. Nonostante sia stato da poco aggiornato, non ne sono stati ridotti a sufficienza gli effetti perversi. Le Acli di Brescia rilevano una “disparità di trattamento fra una famiglia con figli i cui genitori sono sposati e una stessa famiglia ma con genitori non sposati, a vantaggio di questi ultimi”. Tenendo conto poi che quando i genitori non sono sposati “il nucleo familiare per il quale calcolare l’Isee risulta essere composto da un solo genitore e da figli minori”, questo nucleo può “beneficiare di una maggiorazione sul quoziente utilizzato per il calcolo” e quindi “un beneficio per una situazione ‘disagiata’ che, di fatto, non corrisponde alla realtà dei fatti”(www.aclibresciane.it, 4 settembre).


Partiti dall’Isee, passati per detrazioni per figli a carico, assegni familiari, asili nido e case popolari, e arrivati alla pensione di reversibilità, il viaggio in dieci tappe fotografato dagli aclisti lombardi, ha un solo filo conduttore molto chiaro: scegliere di sposarsi sembra davvero una costosa fregatura.

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