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Il traffico di armi è in aumento, la guerra è un buon affare

© MEZAR MATAR / AFP

Lucandrea Massaro - pubblicato il 09/09/13

La domanda del Papa sul peso delle lobby dei costruttori di armi è realista: quanto contano queste industrie nelle scelte delle nazioni?

Secondo gli osservatori internazionali l'industria delle armi vale il 2.5% del PIL mondiale. Da 1994 al 2010 è stato un crescendo che ha coinvolto tutti i continenti, in particolare Africa, Asia ed Amerche. La frenata (-5%) negli ultimi anni in corrispondenza della fine della guerra in Iraq, ma se gli USA spendono meno, Russia e Cina aumentano gli stanziamenti. In Europa tutti i maggiori paesi sono anche produttori di armi. Solo per restare all’Italia, tenendo conto che le industrie pubbliche Finmeccanica e Fincantieri sono i principali protagonisti del settore (ma non va dimenticato il lato “privato” come Iveco e Beretta) si stima che in dieci anni abbiamo incassato 36 miliardi di euro. Secondo un dossier della rivista «Missione Oggi», le esportazioni legali da Paesi dell’Unione europea nel periodo 2006-2010, registrava vendite da parte di: Arabia Saudita (12 miliardi di euro in spese militari), Emirati Arabi Uniti (9 miliardi), India (5,6 miliardi), Pakistan (4 miliardi), Venezuela (1,6 miliardi), Cina (1,2 miliardi), Egitto (1,1 miliardi), Libia (1 miliardo).  
(La Stampa, 9 settembre)
Cifre importanti dunque, che fanno capire come in paesi come gli USA, dove è ancora più forte la presenza delle industrie di armi. Ed è interessante vedere come alcuni mesi fa, negli Stati Uniti, forte sia stata l'opposizione delle lobby delle armi al trattato ONU sul commercio, che tentava una regolamentazione della vendita internazionale di armi. "Ciò che non vogliamo è l'inserimento della categoria delle armi da fuoco civili nel campo di applicazione del trattato", ha detto Tom Mason, segretario esecutivo dell’NRA (la più importante lobby delle armi americane, ndr) e suo rappresentante alle Nazioni Unite per quasi due decenni. L’obiettivo della lobby delle armi è quello di distinguere ciò che è un'arma da fuoco civile dalle armi da guerra che portano a violazioni dei diritti umani.
La presidente di Amnesty International USA, Michelle Ringuette, ha detto che non vi è alcuna differenza tra armi civili e armi da guerra. “Una tale distinzione  – dice – renderebbe il trattato inoperante”. Le organizzazioni umanitarie accusarono l'amministrazione Obama di subire di subire la pressioni della NRA.  (The Post Internazionale, 18 marzo)
Su questa base assume nuovo significato l'interrogativo che Papa Francesco ha rivolto al mondo durante l'Angelus di domenica 8 settembre: “una guerra per problemi o è una guerra commerciale per vendere armi nel commercio illegale?”. Su questo l'intervento di mons. Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’Ufficio Onu di Ginevra è netto e inchioda l'occidente e i produttori alle loro responsabilità nei confronti del Bene Comune: “Il profitto diventa la legge suprema. Ci sono guadagni enormi che vengono fatti attraverso il traffico di armi; quindi, c’è chi “soffia sul fuoco” per poter vendere ancora armi. Inoltre, mi pare ci sia un’altra considerazione da fare: si ignorano le conseguenze a lunga scadenza del commercio di armi; le armi continuano a rafforzare la criminalità e a nutrire le mafie di vario tipo. Interessi commerciali – come dice il Papa – giocano un ruolo importante nel trasferimento di armi, ma c’è di mezzo il guadagno dei trafficanti e addirittura interessi economici di Stati che producono e vendono armi, come gli Stati Uniti, la Russia, il Regno Unito, la Francia, la Germania, Israele, Cina ed altri. Sono Stati dove l’industria della produzione di armi è una componente significativa dell’economia” (Radio Vaticana, 9 settembre)
"La denuncia di Papa Francesco di una guerra 'commerciale' è così vera – spiega Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il diasarmo – che oggi riusciamo a prevedere le guerre studiando i flussi del commercio di armi e delle spese militari". "La Siria – nei cinque anni precedenti al 2011, prima che la guerra civile iniziasse, aveva aumentato l'import di armi, comprese quelle prodotte in Italia, del 580%, cioè di quasi sei volte. Negare che non ci sia un legame tra questo foraggiare con le armi alcune zone del globo e poi lo scoppio dei conflitti vuol dire negare l'evidenza. E, come diceva Kofi Annan, 'le vere armi di distruzione di massa sono le armi leggere', armi che l'Italia produce e vende", lo stesso tipo di armi che la NRA voleva sottrarre ai controlli dell'ONU nei trattati commerciali. (Radio Vaticana, 9 settembre)
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