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“Ero morto e sono risorto”. La storia straordinaria di Don Marco Bisceglia

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Un libro racconta la storia tra caduta e riconciliazione del sacerdote lucano che fondò l’Arcigay

E' una storia strana, di quelle che non ti aspetti. Ma è una storia vera, fatta di riscatto e di perdono. E' una storia bella sulla Chiesa quella raccontata da Tempi.it e sul libro “Troppo amore ti ucciderà” (di Rocco Pezzano, edizioni Edigrafema). Non tutti sanno che l'associazione “Arcigay”, è stata fondata nel 1980 da un sacerdote originario della Basilicata, Don Marco Bisceglia. O Don Marco come tutti lo chiamavano. 
 
Il sacerdote era stato sospeso “a divinis” da alcuni anni per diversi motivi, non ultimo l'adesione alle associazioni pro-aborto e una critica radicale alle gerarchie cattoliche, fino alla rottura della Comunione col suo Vescovo, che segnerà, dopo la rimozione dalla sua parrocchia Sacro Cuore di Lavello, suo paese natale, la sospensione, nel 1974. 
 
Don Marco stava sempre dalla parte degli ultimi e riteneva – forte della sua adesione alla Teologia della Liberazione – che fosse quello lo scopo dell'evangelizzazione. Nel frattempo la storia diventava un caso nazionale: popolo (dalla parte del prete) contro il vescovo (emanazione delle gerarchie), anche “grazie” ad un episodio particolare: due omosessuali si presentano dal sacerdote chiedono se la loro unione possa diventare sacra. «Il vostro matrimonio è già un sacramento di fronte a Dio», è la risposta di don Marco. Quei due signori, in realtà, non erano omosessuali ma Bartolomeo Baldi e Franco Iappelli: giornalisti del Borghese che registrano e spiattellano tutto sul giornale. Da qui il 9 maggio 1975, il vescovo prende definitivi provvedimenti: «Al sacerdote è proibito ogni atto di sacro ministero». 
 
Lentamente la chiesa che prima era piena si svuota, sempre di più. Don Marco è solo, senza un lavoro e apparentemente senza prospettive. Tenterà – coi Radicali – l'ingresso in Parlamento. Senza successo. Ma è in quel periodo che incontra a Roma il presidente dell'ARCI, Enrico Menduni che gli chiederà di occuparsi per l'associazione, di “diritti civili”. Nasce Arcigay. Se non formalmente (1985) nei fatti, come si evince dal sito dell'associazione che ne da merito al sacerdote: «Il primo circolo Arcy-gay nasce informalmente a Palermo il 9 dicembre del 1980 da un’idea di don Marco Bisceglia, sacerdote cattolico dell’area del dissenso», il quale – ormai da qualche anno – aveva fatto coming out, dichiarando la sua omosessualità ed iniziando una convivenza e una amicizia con l'allora giovanissimo Nichi Vendola. Ma contestualmente, in modo lento e silenzioso, (Don) Marco si allontana dall'Arci, prosegue la sua vita continua con altre relazioni omosessuali nella sua casa di Monte Porzio Catone, intanto però inizia il suo percorso di ricerca interiore. E' il 1987. 
 
Ma il momento di svolta è quello della metà degli anni '90, quando a Roma, per intercessione di Monsignor Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas diocesana, viene accolto – ormai ammalato di AIDS – nella Parrocchia di San Cleto. Alla domanda del parroco Don Paolo Bosetti “Cosa dobbiamo fare?”, la risposta di  “vogliategli solo bene”. Inizia così, nell'accoglienza amorevole dei confratelli il periodo di riconciliazione di Don Marco. La giornate si svolgono scandite dai ritmi della preghiera e nel molto tempo libero che portano Don Marco a maturare un desiderio, non un capriccio, un forte desiderio di tornare celebrare l'Eucarestia. Carta e penna, scrive – come di consuetudine – una supplica perché la sua condizione venga ristabilita. Sarà l'allora prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede a dover vagliare la richiesta. Un certo Joseph Ratzinger. La risposta, dopo qualche tempo, è positiva: la sospensione a divinis è cancellata. Padre Bosetti ricorda: «Se si riprende a celebrare l’Eucaristia, che è il corpo di Cristo, non si può farlo senza la riconciliazione», così sarà, una delegazione della vecchia parrocchia assiste alla “prima messa” di Don Marco. Dirà: «Non lasciamoci irretire da facili stereotipi. Il mio vescovo è un uomo mite, ricco di umanità, ha favorito la mia reintegrazione, pur sapendo di avere a che fare con un soggetto sieropositivo». E' la pace. Pace che negli ultimi anni tormentati dalla malattia, ha saputo portare con sé e trasmettere agli altri malati che condividevano il letto di ospedale ai quali diceva: «Ricordati che io ero morto e sono risorto. Se devo andare verso la fine della mia vita, ci vado con tanta serenità». Se ne andava, con quella serenità, il 22 luglio del 2001.
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