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Le religioni accanto alla diplomazia nella risoluzioni dei conflitti

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Ahmad Gianpiero Vincenzo, presidente degli intellettuali musulmani italiani, ripropone le conclusioni delle giornate islamo-cristiane del 2009

Le religioni possono giocare un ruolo attivo e importante anche nell'azione diplomatica necessaria a  risolvere i conflitti, specialmente in territori dove la composizione etnica e religiosa della popolazione è complessa come in Medio Oriente. Ne è convinto Ahmad Gianpiero Vincenzo, docente di sociologia a Catania e presidente dell'Associazione degli intellettuali musulmani in Italia che Aleteia ha intervistato a proposito dello sforzo comune per la pace in Siria cui ha fatto appello Papa Francesco con la veglia del 7 settembre.

Come hanno accolto le comunità islamiche l'invito di Papa Francesco a unirsi alla preghiera per la pace?

Vincenzo: Bene, perchè è un invito che incontra la sensibilità islamica. Quando i rapporti sono ormai degenerati e si è esaurita la prospettiva umana di risoluzione dei problemi, la preghiera e il digiuno diventano "l'arma" per aprire la riflessione su una prospettiva diversa.

Il digiuno è una pratica comune a cristianesimo e islamismo: come può aiutare la ricerca di pace?

Vincenzo: Le tradizioni religiose del cristianesimo e dell'islamismo sono più vicine di quanto si creda oggi a causa dell'affermarsi di una visione di "scontro". Infatti si ritiene che siano due rami dello stesso ceppo. Il mese di digiuno del Ramadan che si è concluso da poco è uno dei pilastri dell'Islam, nel quale la dimensione materiale della privazione del necessario apre a quella spirituale che porta a un diverso punto di vista sulle cose. Si può fare un paragone con la malattia: una persona malata riflette in maniera diversa sulla vita, si accorge della relatività di alcuni aspetti che prima rivestivano invece molta importanza. Il digiuno, in questo senso, può aiutare a capire meglio le conseguenze di un conflitto e l'importanza della pace.

Non si è abbastanza consapevoli delle conseguenze di un intervento militare in Siria?

Vincenzo: Basta guardare i precedenti: in Iraq ci sono 100 morti al giorno. Gli occidentali hanno molta resistenza a capire che nei Paesi possono esserci equilibri diversi. La maggior parte delle persone ritiene che per risolvere la crisi siriana basta che Bashar Assad si dimetta e si organizzino elezioni democratiche. E se così non fosse? Ci sono territori che hanno peculiarità etniche tali che se prima non si trova un accordo tra le comunità, non si va da nessuna parte. Il 15% della popolazione siriana è alawita, una comunità molto distinta dalle altre comunità musulmane. Gli alawiti non possono accettare che Assad si dimetta perchè lui è il garante della loro incolumità. Abbiamo visto ciò che è successo in Iraq tra sciiti e sunniti e non abbiamo imparato niente. Il diritto islamico è diverso da quello occidentale e richiede di ricercare un equlibrio tra le comunità: la salvaguardia delle minoranze è il fondamento dello Stato.

Come avviene in Libano?

Vincenzo: E' così e infatti in Libano, ogni volta che si rompe l'equilibrio tra le comunità il Paese è sulla soglia della guerra civile mentre quando lo conserva è un modello di ordinamento istituzionale avanzato in Medio Oriente. Anche in Israele c'è un diritto confessionale basato sull'equilibrio tra le comunità. Non si tratta di un armistizio di guerra che è cosa diversa ma di un equilibrio che si proietta sulla società civile tramite anche la rappresentatività in Parlamento. E' quanto non si è riusciti a fare in Iraq, se non in parte, e in Afghanistan.

Perchè l'azione diplomatica impiegata nella crisi siriana non è efficace?

Vincenzo: Le relazioni diplomatiche sono ancora improntate a una logica di guerra fredda: la risposta in caso di crisi sono le sanzioni economiche. L'opposizione più che tra guerra e pace è tra guerra fredda e armata. Occorre una diversa azione diplomatica. Al termine delle giornate d'incontro islamo-cristiane del 2009 in Vaticano era stato proposto di creare un comitato permanente interreligioso per la pace che fosse integrato nell'azione diplomatica. E' un'idea che potrebbe essere ripresa. Se si intende la diplomazia come ricerca della pace, la dimensione religiosa potrebbe giocare un ruolo fondamentale specialmente in aree dove c'è una presenza complessa di comunità etniche e religiose. In fondo è la stessa cosa che chiede Papa Francesco parlando di soluzioni alternative alla guerra e invitando a pregare tutti insieme.

Il documento consegnato agli ambasciatori dalla Santa Sede offre già dei criteri per il dopo-conflitto come il rispetto delle minoranze e l'integrità del territorio…

Vincenzo: E' giusto. La suddivisione del territorio tra le comunità significa proiettare nello spazio le divisioni ma le tensioni non si risolvono e riesplodono. Anche di questo abbiamo avuto tanti esempi di fallimento come in Grecia o in Pakistan. Gandhi si è opposto fino alla morte alla divisione tra India e Pakistan, tra induisti e musulmani, perchè aveva capito che il Paese avrebbe avuto una maggiore stabilità se le divisioni fossero state composte all'interno dello Stato e non sul territorio e abbiamo visto come è finita. Se abbiamo sotto gli occhi radicamenti di conflitti che durano da decenni, come si può pensare di ricorrere ancora a queste soluzioni? Un comitato interreligioso potrebbe lavorare su questi piani.

L'iniziativa di Papa Francesco può incidere su questo stato delle cose?

Vincenzo: Il Vaticano ha un grande credito ma occorrerebbe un cambiamento di mentalità di rilievo. Un mondo sempre più materialista dovrebbe accettare che il Vaticano e in genere le religioni abbiano un peso nella storia che invece la cultura si è sforzata di togliergli nel tempo. Occorrerebbe ridefinire la gerarchia dei valori in un mondo che attribuisce il primo posto all'economia. Sarebbe bello se la dimensione religiosa e spirituale potessero prevalere su quella degli interessi economici: significherebbe affermare che il denaro non è tutto. Speriamo, in ogni caso, che Papa Francesco nella sua richiesta di pace venga preso sul serio.

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