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Tolkien: l’epica letteraria come ricerca del Bene

© DR
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Nuova edizione ampliata di: “Tolkien. Il mito e la Grazia” di Paolo Gulisano, a 40 anni dalla morte dell’autore del Signore degli Anelli

Esattamente 40 anni fa, il 2 settembre, John Ronald Reuel Tolkien, moriva. Vent'anni dopo la pubblicazione della prima parte della sua opera più famosa: La Compagnia dell'Anello,parte del più vasto "Signore degli Anelli". Un vecchio professore di lingua e letteratura anglosassone, oxfordiano, cattolico tenace, soldato durante la prima guerra mondiale, conobbe l'orrore della guerra e gli abissi e le vette degli esseri umani. In occasione di questa ricorrenza esce un libro per i tipi della Ancora edizioni, di Paolo Gulisano, “Tolkien, il Mito, la Grazia”. I termini non sono usati a caso. Per Tolkien il “mito” è il compagno del “Logos”, ne è sinonimo, ma soprattutto corrisponde alla capacità degli uomini di porsi la “domanda”, quella sul senso, quella sulle origini e sulle finalità. Il Logos, quello greco ma anche e soprattutto nella sua accezione cristiana, è la risposta, la capacità di dare ragione di quella domanda. In questa coppia non antitetica c'è tutta la passione di Tolkien per il proprio lavoro di rivalutazione dell'epica. D'altro canto è nella “Grazia”, che tutte le domande trovano riposo, è in quell'affidarsi ad un approdo sicuro, che il padre della Terra-di-Mezzo, sa che ogni suo personaggio porta su di se l'impronta del Cristo. 
 
E' lo stesso Gulisano – nelle pagine iniziali – che ci spiega il rapporto tra cristianesimo e scrittura in Tolkien, a partire dalla conversione materna che introdurrà il giovanissimo John  in una nuova dimensione, egli infatti “amò subito appassionatamente la fede cui sua madre lo aveva condotto, l’arte fu per tutta la vita questa ricerca della verità tra quelle ombre, traducibili nei miti, nei simboli, nelle lingue arcaiche parlate dalle generazioni scomparse, nelle antiche storie di tempi trascorsi e lontani. Il bambino di otto anni trovò nella fede cattolica una nuova e fondamentale pietra miliare della sua vita: una fede che non era solo sostegno e conforto per il presente e speranza per il futuro, ma era anche il luogo dove poteva rintracciare – cosa per lui importantissima – un passato, un terreno da cui traeva nutrimento vitale l’albero della storia, della sua storia” 
 
Ma la forza evocativa di Tolkien è rappresentata dalla sua invenzione più riuscita: gli Hobbit. L'unico elemento davvero innovativo, moderno, nelle sue favole antiche. Tutti gli altri elementi sono presenti da sempre nell'epica medievale. Non così i “mezzi uomini”. Gli Hobbit “sono tutto e il contrario di tutto, forse siamo noi, lettori ad un tempo impigriti e spaesati, nostalgici non si sa bene di cosa, in quest’alba di terzo millennio. Abitano nei buchi come conigli, ma possono rivelare un coraggio da leoni, vivacchiano tra «cavoli e patate» ma vogliono incontrare «elfi e draghi», sono buffi, gretti e goffi ma tenaci e resistenti come pochi alle avversità, pieni di mille risorse (in primis un inguaribile humour) che li rende capaci di sopravvivere ai più grandi disastri. E poi, soprattutto, sono pronti”. Sono cioè “inquieti”, di quella inquietudine positiva di cui parlava pochi giorni fa Papa Francesco, quell'inquietudine che non fa addormentare l'anima. (Avvenire, 30 agosto)
 
E se gli Hobbit sono l'espediente narrativo per raccontare il meglio dell'umanità, è il recupero controcorrente di quel “meglio” che rende il nostro Autore così amato e così interessante per noi ancora oggi. Tolkien ricordandoci che possiamo, forse dobbiamo, elevarci sopra le nostre miserie, ci invita non a generici atti di eroismo, ma a rendere speciali, piene, ricche le nostre vite. Ad essere eroi di noi stessi, non in modo autocelebrativo, ma nel senso di salvare tutti noi dalla banalità. Dalla routine. Dal conformismo. Di nuovo Gulisano spiega: “Tolkien va considerato non solo un autore di successo, ma anche un autentico classico. Egli ha riproposto, in pieno ventesimo secolo, il genere letterario epico, ridando dignità letteraria all'antichissimo genere della narrativa dell'immaginario, nonostante il cinismo di cultura dominante che, come Brecht insegnava, doveva fare a meno dei valori, in particolare dell'eroismo” (Il Sussidiario, 2 settembre) 

 

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Paolo Gulisano, “Tolkien, il Mito e la Grazia”, Ancora Editrice, 16 euro, 2007 (nuova edizione ampliata)
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