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"Pregate", il testamento spirituale di Martini: essere protagonisti della relazione con Dio

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Lucandrea Massaro - pubblicato il 29/08/13

Gli ultimi anni, segnati dalla malattia, del cardinale di Milano


Se n'è andato un anno fa, il 31 agosto del 2012, e in moltissimi, non solo della sua diocesi, lo rimpiangono. Parliamo del Cardinale Carlo Maria Martini, che di Milano fu arcivescovo dal 1979 fino al 2002. Fu un grande biblista e un uomo di dialogo e di ascolto, gli ultimi anni della sua vita, dal 2009 al 2012, mentre il parkinson progrediva e lo rendeva sempre più debole, è stato accompagnato con affetto e devozione da don Damiano Modena. Era stato il cardinale, anzi “padre Carlo” come preferiva essere chiamato, a chiedere al sacerdote nel 2009: «Te la senti di accompagnarmi sino alla morte?». «Se ritiene che sia la persona giusta, sì, Padre, anche oltre», rispondeva lui. Si erano conosciuti perché don Damiano aveva fatto la tesi dottorale – guidato da monsignor Bruno Forte – sul cardinale e i suoi scritti. (Credere, 1 settembre)

Negli ultimi anni anche parlare era diventato difficile ma don Damiano si era fatto interprete dei sussurri e dei rantoli, forte della presenza costante accanto al gesuita. Il libro che ora esce, “Carlo Maria Martini. Il silenzio della parola”, reca la firma di Damiano Modena e gli interventi di Ferruccio de Bortoli e Antonio Sciortino. È la sintesi commovente di un testimone che ha vissuto ininterrottamente tre anni con sua eminenza. Il direttore del Corriere della Sera, De Bortoli ospitò mensilmente un angolo della posta per il Cardinale, un angolo in cui il sacerdote rispondeva alle lettere, e tramite il quale manteneva un contatto, un filo, con la gente, incontrando persone o rispondendo privatamente ad alcuni. Una prosecuzione di quella “cattedra dei gentili” che ha fatto scuola. Una porta aperta al Mistero, per tutti, credenti e non. E quell'unico forte richiamo: “Pregate”. (Corriere della Sera, 29 agosto)

Riportiamo una riflessione del teologo e vescovo, monsignor Bruno Forte, che del pensiero e della riflessione del cardinale ha, proprio in questi giorni, voluto dare memoria e spiegazione: “L'apporto dell'uomo al dialogo di amicizia con il Dio che lo precede è proprio la sua apertura, la sua sporgenza – il cui "paradosso" è dato sia dalla sua natura di creatura finita sia dalla sua condizione peccatrice -, la sua eccentricità – egli è ma non ha in sé l'origine né il fondamento del proprio essere – e, finalmente, in termini più esistenziali, il suo essere permanentemente "inquieto". Apertura, sporgenza, eccentricità, insoddisfazione… non sono tutte categorie appropriate per descrivere la tensione positiva alla vita e alla vita per sempre che vive in ogni uomo rendendolo consapevole di non essere lontano da nessun altro uomo? Non esistono domande dei nostri contemporanei che non siano anche le nostre; le "periferie esistenziali" – per usare l'espressione di Papa Francesco – sono innanzitutto i confini della nostra stessa esperienza umana.La dimensione contemplativa dell'esistenza, in questo modo, restituisce l'uomo a se stesso. Ecco perché non è possibile pensare la preghiera cristiana se non come relazione tra il Tu di Dio e l'io dell'uomo: «La persona, protagonista di ogni preghiera»” (Il Sole 24 ore, 28 agosto)

Parole che sono perfettamente in sintonia con un altro gesuita che stiamo imparando a conoscere, quel Papa Francesco che, come Martini, ha voglia di stare in relazione con Dio, una relazione che deve essere “inquieta” per non anestetizzare l'uomo, e contemporaneamente con l'uomo, al suo fianco, al suo servizio: “come un pastore tra le sue pecore”.

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